DON CELESTINO cap .8°

07.03.2020

Don Celestino lo abbiamo sempre visto sbucare nelle storie che abbiamo raccontato e non poteva essere altrimenti, data la sua attitudine a intrufolarsi negli affari delle sue "pecorelle". E anche se ora non c'è più e non solo per la sua lunga permanenza alla guida della Parrocchia, offre comunque ancor oggi lucide tracce del suo passaggio, anche perché nessuno dei suoi successori ha lasciato e meritato un ricordo come lui.

A

Pori/ CelextVncr

Don Celestino ha sempre ritenuto di far parte di diritto dell'Autorità Costituita della città, a suo dire formata, oltre che da lui, anche dal sindaco e dal maresciallo dei Carabinieri. E in tale veste si riteneva autorizzato a dire la sua su ogni evento e su ogni situazione, dimostrandosi particolarmente offeso quando non interpellato.

Grandi simpatie non se ne è mai certo create per questo suo impicciarsi anche in faccende al di fuori del suo specifico mandato e in particolare, fra gli innumerevoli suoi oppositori, si collocavano proprio i vari sindaci e marescialli, che nei tanti decenni di attività di don Celestino si sono succeduti nella città.

Come tutti i pastori, per la cura del suo gregge il don si serviva di un ben addestrato nucleo di cani da guardia che prontamente lo ragguagliavano su voci, dicerie e pettegolezzi, ottenendo da lui la convinzione di fare tutto a fin di bene e di guadagnarsi così un gran merito per la vita che verrà.

Per la verità le discutibili azioni di qualcuno di questi interessati molossi ottenevano da parte del don una omertosa indifferenza, con don Celestino che nella circostanza si dimostrava benevolmente disponibile a lasciare largamente interpretare la norma del "fate quel che dico, ma non fate quel che faccio".

Non si può sottacere che sulla vita del parroco in questione esistevano anche zone d'ombra risalenti ai primi tempi della sua residenza in paese, anni intorno della Seconda Guerra Mondiale, alla fine della quale nessuno era riuscito a decifrare quale ruolo realmente egli avesse recitato, essendo passato nel giro di una notte da genuflesso e ossequiente ammiratore del Federale cittadino a cappellano partigiano con fazzoletto azzurro. Il tutto con una rapidità tale da fargli ottenere dai più anziani ex partigiani il soprannome di "fongiu",per similitudine alla velocità con la quale i funghi compaiono nel giro di una notte.

E' evidente che quelli con fazzoletto rosso sono stati i suoi più acerrimi avversari e per molti anni dalla fine del conflitto, nei racconti dei più anziani, sono venuti a galla episodi sicuramente romanzati, ma che non hanno aiutato certo a fornire di don Celestino un'immagine venerabile.

Per quel poco che possiamo sapere quello fu un periodo della storia dove poteva essere difficile per tutti tenere diritta la barra del timone e quindi ci sembra più opportuno, anche per don Celestino, sorvolare e passare oltre le narrazioni relative a quei momenti, evitando magari qualche profonda delusione.

Se non avesse fatto il prete sicuramente il don avrebbe fatto il banchiere, o l'agente immobiliare, o il commerciante. Qualcuno aggiungeva all'elenco professionale anche l'usuraio, tale è sempre stata la sua propensione a interessarsi con caparbietà e perizia oltre che delle cose di Dio anche di quelle di Cesare. Il patrimonio parrocchiale, sotto la sua multi decennale gestione, si era sviluppato in maniera rilevante e approfittando dei periodi di boom immobiliare il sacerdote aveva saputo inserirsi nelle più proficue operazioni del mattone, in maniera riservata e con l'aiuto del Bragonzi e del Meda, geometri di lungo corso che lui aveva saputo mettere d'accordo e tenere uniti recitando spesso il ruolo di arbitro e impartendo benedizioni incoraggianti alla posa di tutte le loro prime pietre. Benedizioni che venivano negate in altre situazioni, dove gli operatori immobiliari erano magari più vicini alla Casa del Popolo che non alla Parrocchia. Un condominio da lui benedetto aveva un imprimatur commerciale vincente per quella cittadina di tradizione un po' bigotta.

A onor del vero questa attività era condotta da don Celestino per il puro piacere di partecipare e ottenere generose donazioni, con la ferma convinzione che incrementare il patrimonio della sua parrocchia significasse pensare al benessere di tutta la comunità, senza che nessuno abbia mai potuto imputargli avidità o interesse personale. Il don aveva realmente fatto cose importanti: una scuola, un asilo, un ritrovo per i giovani, una casa di riposo. Tutte realtà molto necessarie in quel periodo di ricostruzione fisica e morale quale fu quello post bellico.

E proprio il fermento di quel periodo, nel quale il paese cercava di rimettersi in movimento, gli avevano suggerito l'idea che fosse un buon affare, oltre che una necessità, la costruzione di una Casa della Giovane, poi affiancata a una Casa del Giovane, per dare ospitalità a ragazzi e ragazze provenienti da fuori e che per motivi di studio e di lavoro avevano necessità di un alloggio, anche per la scarsità dei trasporti che non avrebbe loro consentito rientri a casa quotidiani.

Aveva progettato alcune funzioni in comune fra le due strutture, da usufruire congiuntamente da parte degli ospiti dei due sessi, come la mensa e il bar, cosa che però aveva dato l'innesco, in quegli anni ancora ingenui, a una serie di affrettati matrimoni.

Di per se la cosa al don non aveva dato eccessivo fastidio, cercando di convincere se stesso e i suoi più affezionati parrocchiani, che tutto ciò che lui benediceva, come un matrimonio, non poteva essere che una buona cosa.

Per un certo periodo era riuscito a sedare i borbottii delle sue Dame di San Vincenzo, finché non si era messo di mezzo il Professore, un maturo insegnante di matematica soprannominato "el verginon" in quanto single, il quale aveva cercato di spiegare a don Celestino, da esperto della materia, che per una regola statistica, a fronte di alcune situazioni che a causa di incipienti gravidanze venivano a galla, un numero ben maggiore di altre restava nascosto" in assenza di corpo del reato", creando intorno alle due Case una torbida aurea di peccato.

Non è che il don non ci avesse pensato, ma con grande pragmatismo riteneva che, per la crescita di una gioventù sana, quel genere di situazioni andasse compreso, certo che anche il Buon Dio avrebbe chiuso un occhio. Del resto le Case erano sempre occupate, il business funzionava e con grande dispiacere don Celestino aveva dovuto promettere ai suoi che avrebbe messo la situazione morale sotto uno stretto controllo.

Con un gruppo di suoi fedelissimi aveva proceduto a verifiche, imboscate e subdoli appostamenti; cosa fosse emerso non ci è dato sapere senonché in un breve lasso di tempo le due Case erano state trasformate nella Scuola Maria Immacolata e don Celestino aveva messo il tappo a un problema che il frustrato Professore, in virtù della sua statistica, rischiava di trasformare in uno scandalo.

Ma se il Professore pensava di poter vantare una vittoria, che gli avrebbe consentito di entrare a pieno titolo fra i più accreditati "paolotti" di Piatuggio si sbagliava, perché non aveva tenuto conto delle reazioni e del disappunto dell'onorevole Brambati, che sula situazione non era stato interpellato e che non poteva vedere intaccato il suo prestigioso ruolo di regista di tutte le questioni economiche parrocchiali.

Piano piano, con tutto il tempo necessario a lasciar diffondere e attecchire le informazioni che con molta maestria venivano diffuse fra la gente, era emerso che il Professore, che a Piatuggio era arrivato già avanti negli anni, "verginone" in effetti lo era in quanto celibe ma che in gioventù, professorino nella città lacustre di provenienza, ne aveva combinate delle belle al punto di dover rapidamente andarsene e rifugiarsi a Piatuggio onde evitare guai peggiori.

Le Dame di San Vincenzo avevano cominciato a sbarellare e a portare a galla presunti intrallazzi del Professore con alcune di loro.

Quello che don Celestino, fortemente preoccupato, aveva definito un "merdone", cresceva a vista d'occhio con grande sollazzo di quei mangiapreti, come il dottor Colombo, il quale, ritrovandosi ogni mezzogiorno con il Brambati, veniva messo puntualmente al corrente dell'evolversi della situazione e provvedeva a buttare benzina sul fuoco in tutti gli ambienti cittadini.

Don Celestino aveva preso di petto la situazione e defenestrato brutalmente il Professore che era caduto in una profonda depressione, sostenuto moralmente solo da qualche Dama di San Vincenzo che così facendo dava fondamento a certe illazioni che ora trovavo una loro concretezza.

d/Brcunlya£i/

Il Brambati commentando la vicenda con gli amici del mezzogiorno aveva ipocritamente posto un problema riferendosi al Professore stesso: "Io non ho mai capito certe conversioni. Prima a correr dietro a tutte le sottane e poi di colpo "diventà un frà".

E il Colombo con la sua solita ironica franchezza aveva ribattuto: "Dem Brambati fa nò el merluz che te le se ben cume l'è la resun".

E dopo un sapiente silenzio aveva enunciata la sua verità: "Fin che el tia viva Maria; quand chel tia pù viva Gesù".

Ad ogni modo don Celestino quando intraprendeva le sue iniziative lo faceva sempre nell'interesse della sua comunità ma comunque, per la sua attitudine imprenditoriale, con il fermo convincimento che esse dovessero avere la finalità di un reddito, per garantire loro una crescita, una buona gestione ed altri investimenti. Un Parroco più adatto per la mentalità del paese non poteva essere trovato!

E le sue iniziative lui le gestiva sempre brillantemente, anche con l'aiuto dei vari politici della zona, prevalentemente democristiani, verso i quali si sdebitava in occasione delle feroci battaglie elettorali che anche in quel periodo si susseguivano con accelerata frequenza.

Per la verità in questo suo grande darsi da fare era incappato un paio di volte in questioni legali poco piacevoli con famiglie che mai gli avevano perdonato di aver ricevuto dei lasciti, a loro dire frutto di plagio, da loro anziane parenti, alle quali il don parrebbe avesse inculcato la convinzione che meglio sarebbe stato per loro presentarsi al Buon Dio libere da tutti i gravami della loro condizione terrena.

Concetto profondo e fortemente spirituale, meritevole di studio e di attenzione, ma che aveva semplicemente fatto imbufalire i gretti e materiali figli delle signore in questione che al di là di qualsiasi considerazione su un pensiero di così alto valore morale avevano semplicemente minacciato il don di spaccargli la testa se non avesse posto immediatamente rimedio alla situazione, restituendo il "malloppo".

Don Celestino aveva dapprima resistito, ma al ripetersi delle situazioni aveva aggiustato le questioni al meglio e aveva deciso, con malcelato dispiacere, di abbandonare il filone lasciti, che era diventato una delle sue specializzazioni di maggior soddisfazione economica.

Ma troppo esuberante era la carica produttiva di don Celeste per non trovare sbocchi in nuove iniziative che potessero coniugare la sua interpretazione di "fare del bene" con la sua naturale propensione a creare risorse economiche per i bisogni della sua comunità, della quale si sentiva responsabile anche più di quello che il suo mandato gli imponesse.

E l'occasione gliela aveva data una situazione particolare, ma non rara, nella quale si era venuto a trovare il cavalier Bemacchi, persona nota e rispettata, che provenendo dalla pialla e dalla lima si era costruita una considerevole fortuna nel ramo dei mobili, come molti in quella operosa zona della Brianza.

Il Cav ci teneva molto al suo titolo, che naturalmente gli era costato una bella cifretta, perché rappresentava uno dei gradini significativi della sua scalata sociale. Un'ascesa nella quale si era impegnato con encomiabile intelligenza e modestia, considerando la ricchezza unicamente un importante e utile strumento per perseguire quelli che lui considerava i veri obbiettivi da raggiungere: il sincero rispetto da parte del prossimo, la dignità in ogni occasione, l'aiuto ai più deboli, il benessere dei suoi operai e della sua famiglia, l'onestà.

Il Cav, pur dichiarando le sue modeste origini con la dimensione delle sue ruvide manone, aveva acquisito una sobria ma più che dignitosa capacità di vestire (unica concessione il solito appariscente brillante brianzolo sull'anulare destro!) e anche una corretta capacità di esprimersi, che aveva superato le liti giovanili con congiuntivi e condizionali e che, seppur non assistita da un eloquio molto fluente, faceva di lui una persona gradevole da ascoltare sia per i toni che per i contenuti.

In questa sua risalita personale e sociale il Cav aveva avuto per un lungo trentennale periodo il fedelissimo e discreto affiancamento della sua segretaria, la Mariuccia, che in ditta chiamavano rispettosamente "la signorina", ma che negli immancabili pettegolezzi sussurrati era "la zarina", tale era l'importanza delle sue funzioni nell'ambito aziendale.

La Mariuccia era arrivata nella piccola azienda artigianale da un vicino paese, dotata di un diploma di computista, che a quei tempi aveva quasi il prestigio di una laurea. Smortina, era solita indossare lunghe gonne che insieme ai capelli raccolti e la mancanza di trucco ne facevano una figura del tutto rassicurante. La sua dedizione, il mettere il lavoro al centro della sua vita, la vicinanza di un padrone che le dava fiducia, stima e rispetto avevano creato fra i due una sintonia che aveva fatto la fortuna del Cav e di tante famiglie, che nell'azienda avevano trovato il lavoro e la fonte del loro sostentamento.

Il Cav quando era tornato dalla guerra aveva ripreso con grinta il suo lavoro da falegname e come tutti i bravi ragazzi di allora aveva messo su famiglia con la signora Anna, una modesta e brava ragazza che gli aveva dato tre figlie, ma che non era riuscita ad assecondare la voglia di crescita sociale del marito, badando silenziosamente e modestamente alle ragazze, alla casa e alle incombenze della parrocchia. E la signora Anna era rimasta sempre così: modesta e riservata, anche quando le disponibilità economiche della famiglia erano cresciute diventando una vera ricchezza. E mentre nel Cav, che comunque voleva un bene infinito alla sua Anna, cresceva sempre di più la percezione dell'inadeguatezza della moglie rispetto alle sue ambizioni, contestualmente saliva la stima e l'intimità con la Mariuccia, che nel frattempo si era "buttata fuori". Cioè, sempre smortina era ma con un sapiente filo di trucco, con acconciature sicuramente più accattivanti dell'iniziale chignon, con eleganti tailleur al ginocchio certamente più femminili degli iniziali grembiuloni neri con colletto bianco di piqué.

Quello che era inevitabile fra i due era accaduto, forse anche contro il loro volere di persone serie e di vecchi principi morali, creando un grande disagio nell'animo del Cav, ancor più che in quello della Mariuccia, che dallo stato di zitella usciva sentendosi finalmente donna.

Il Cav per la prima volta si era sentito attore di una situazione alla quale non era preparato, con infiniti sensi di colpa, ma nel contempo con momenti di esaltazione a lui sconosciuti e con la certezza che il riserbo che lo circondava era solo dovuto alla stima che si era conquistata negli anni, ma non gli evitava la sensazione di essere osservato da centinaia di occhi e oggetto di sussurrati giudizi.

E volete che a don Celestino sfuggisse la situazione e rinunciasse a recitare una parte importante in questo contesto, che oggi sarebbe considerato usuale ma che ai tempi di allora poteva essere uno scandalo con difficili vie di uscita?

Don Celestino aveva preso da parte il Cav, verso il quale aveva un rapporto di grande rispetto essendo uno dei suoi più rispondenti finanziatori, e con grande accortezza e attenzione a non urtare il suo interlocutore gli aveva fatto comprendere che "il paese era piccolo e la gente mormorava" e che se il Cav ne avesse voluto parlare lui era a disposizione, come un fratello più ancora che come un censore, "perché la Chiesa insegna la comprensione e prima di giudicare bisogna conoscere le cose fino in fondo".

Rincuorato da quelle incoraggianti parole, al Cav, che faticava enormemente a tenere dentro di sé il suo problema, non era parso vero di poter scaricare in un sol colpo il duplice fardello che lo affliggeva. Quello morale, essendo lui un sobrio ma sincero uomo di fede che desiderava farsi carico della sua trasgressione, e quello più laico, ma ugualmente importante, per un uomo onesto come lui e che riguardava i rapporti con la moglie e i figli ai quali voleva, e avrebbe sempre voluto, un bene smisurato.

Il don aveva poi preso da parte la signorina Mariuccia e con modi meno teneri aveva cercato di metterla in difficoltà di fronte alle sue trasgressioni. Avendo immediatamente saggiato il carattere che stava dietro a quella donna, ormai non più giovinetta, il prete aveva immediatamente cambiato i toni pregandola gentilmente di mettersi il più possibile in disparte, onde consentirgli di poter avvicinare la signora Anna e comprendere come le cose potessero essere aggiustate.

La Mariuccia per la verità non aveva molto sopportato questa intrusione del prelato, ma essendo il Cav consenziente a questa regia curiale alla fine aveva abbozzato, comunque sempre attenta e vigile nel seguire le evoluzioni di don Celeste per il quale non aveva mai nutrito una grande simpatia.

Con la signora Anna le cose erano state più semplici del temuto, essendo la donna di quel vecchio stampo per il quale la dedizione al marito arrivava fino al sacrificio. Don Celestino era rimasto di stucco quando, cercando di aprire il discorso con la signora, si era accorto che lei ne era già perfettamente al corrente e che non nutriva nessun astio per il marito ritenendo che, da quel grand'uomo che era, non poteva giustamente accontentarsi di una persona modesta come lei.

E nemmeno provava sentimenti negativi per la Mariuccia, che considerava una persona superiore e che anzi, così sembrò a don Celestino, quasi considerava degna di riconoscenza, per essere stata sempre vicina a suo marito e rispettosa di tutta la sua famiglia.

Visto come si erano messe le faccende il curato aveva pensato in prima istanza di lasciare le cose come stavano, facendo ricorso a una sana ipocrisia e suggerendo ai due protagonisti una massima di comportamento che lui attribuiva a Sant'Agostino e che tanto gli piaceva: "Se non casti, siate cauti". Il tutto, naturalmente, con ricorrenti confessioni e laute assoluzioni impartite ai due fedifraghi, che sarebbero stati comunque sempre invitati al ravvedimento.

Ma don Celestino non aveva fatto i conti con la signorina Mariuccia che, anche a rischio di affrontare l'opinione pubblica sicuramente a lei non favorevole, non accettava assolutamente di vedere reiterata all'infinito quella sua condizione, per la quale le donne implicate venivano classificate come "mantenute", cosa che lei non si sentiva di essere e che non aveva alcuna intenzione di diventare.

Il clima si era surriscaldato e il Cav, tra l'incudine e il martello, aveva la sensazione di essere caduto dalla padella nella brace e malediceva il giorno in cui aveva consentito al prete di impicciarsi dei fatti suoi. Il divorzio, a quei tempi, era roba da comunisti e a don Celestino, per riconquistare un po' di stima da parte del Cav, era parsa un'idea brillante suggerire di valutare il ricorso alla Sacra Rota, della quale poco ne sapeva salvo il fatto che fosse roba da ricchi.

Si era rivolto a un suo compagno di Seminario che aveva fatto una brillante carriera nel ramo, il quale gli aveva spiegato che essendo il Cav persona di una certa età con tre figli che testimoniavano il corretto svolgimento di tutte le funzioni matrimoniali, uno scioglimento del vincolo, se non impossibile, era molto difficile e, non si sa perché, sicuramente molto oneroso.

Il Cav, anche per tenere tranquilla la Mariuccia, dopo aver provveduto a sistemare tutti i suoi affari patrimoniali per garantire la moglie e le figlie (ed in questo la Mariuccia gli era stato molto vicina e totalmente collaborativa), aveva acconsentito ad iniziare la pratica.

Su quali argomenti fu impostata la causa non ci è dato di sapere. Quello che ci è dato di sapere però è che il Cav aveva iniziato a finanziare una serie di interventi che andavano dal restauro dell'organo parrocchiale, alla costruzione di una cappelletta dedicata a Sant'Ignazio (ancor oggi ci si domanda perché proprio a lui!), a un impianto di campane elettriche che avevano fatto la disperazione dei laboriosi cittadini che almeno la domenica volevano riposare qualche ora di più, e ad altro ancora.

La vicenda si era protratta nel tempo e la fine, non delle più felici, era arrivata dopo circa quattro anni. Il Cav e la Mariuccia, reduci dalla Fiera del Mobile di Francoforte, avevano perso la vita in un incidente su una strada di montagna svizzera, lasciando problemi alla famiglia, all'azienda e ai tanti operai che ci lavoravano.

Anche don Celestino ci era rimasto male per questa vicenda incompiuta e per il fatto che in fondo se ne erano andate due persone per bene, che si erano amate cercando di non fare del male agli altri e che lo avevano fatto molto meditare in materia divorzio, argomento che, proprio in quegli anni, cominciava ad essere dibattuto. L'unica sua soddisfazione era quella di aver aperto il nuovo filone della Sacra Rota, che prometteva di essere ancor più soddisfacente di quello dei lasciti, forzatamente abbandonato. Insomma come si suol dire: il lupo perde il pelo...

la/ tomba/ eli Von/ CeXe&tVno-

Oggi don Celestino riposa nel cimitero della cittadina, in una tomba a forma di piramide che i suoi parrocchiani gli hanno voluto dedicare, prova che sulla bilancia della sua vita il piatto delle virtù, alla fine, ha avuto più peso di quello dei difetti.

Share
BUSTO AL CENTRO, Tutti i diritti riservati 2019
Creato con Webnode Cookies
Crea il tuo sito web gratis! Questo sito è stato creato con Webnode. Crea il tuo sito gratuito oggi stesso! Inizia