Il bar della pesa cap 3°
IL BAR DELLA PESA - La fonte
Del bar della Pesa di Piatuggio e dell'Angioletto suo proprietario-gestore, ironicamente chiamato" il gestante", abbiamo già abbondantemente parlato anche se per il suo carattere molto particolare il personaggio merita una più approfondita attenzione.

L'uomo, infatti, è di volta in volta promotore, diffusore, sollecitatore, regista, sceneggiatore, moralizzatore, dissacratore, memoria storica e biografica, ma alla fine funge da curioso raccoglitore delle chiacchiere da bar, che si svolgono nel suo locale sotto la sua sapiente regia e sorveglianza.
La sua più grande dote è saper contemporaneamente ravvivare un'interessante discussione al tavolo 1, correggere qualche azzardata affermazione del tavolo 2, ammiccare al tavolo 3 per segnalare l'ingresso di qualche avventore degno di "attenzione", rivolgersi al tavolo 4 dichiarandosi estraneo a un pettegolezzo arrivato al limite della possibile querela, il tutto senza tralasciare di redarguire ruffianescamente una vecchia signora che vuole un dolcino "così dannoso per il suo diabete", suggerire a una signorina un po' smortina una cioccolata tonificante con annessa gratuita diagnosi di carenza di "sfogo naturale", rimbrottare un vucumprà introdottosi con troppa intraprendenza nel suo locale e produrre a raffica tazzine di caffè dalla sua storica e decantata macchina marca "Sanremo".
A partire dalla nota trisavola (delle cui gesta si è già detto e per la quale ironicamente qualcuno invocava un pubblico riconoscimento per aver fattivamente partecipato all'Unità d'Italia avendo consentito di esaltarsi allo spirito conquistatore dell'Eroe dei Due Mondi), la famiglia dell'Angioletto ha sempre portato avanti in proprio l'attività e la continuazione della specie è oggi garantita dall'ultimo rampollo, il Kelvin.
Il Kelvin è un "ciulone" grande e grosso, detto anche Camparino, che ha convinto il padre a sottrarre alla tradizionale attività di osteria una parte dello spazio, per creare un "American bar", che con le sue luci e i suoi variopinti visitatori, dopo una certa ora, dà un po' di vivacità ad una sonnolenta Piatuggio. Oggi quindi il bar della Pesa identifica una complessa attività: in parte dedicata alla tradizionale cucina casalinga della moglie Maria, in parte dal vero e proprio bar e da una terza componente che l'Angioletto, sapientemente, tiene nettamente separata e che costituisce l'American bar.
Questo American bar è stato all'inizio una spina nel fianco dell'Angioletto, perché il "gestante" era preso tra due fuochi: da un lato pressato dall'avversione della moglie e di don Celestino buonanima e dall'altro sostenuto dai risultati della cassa, che in certe serata si sono da subito dimostrati fonte di grande soddisfazione per lo spirito commerciale di famiglia. La ragione del contrasto era causata dalla particolare tipologia della clientela che il buon Kelvin, ciulone ma non tanto, è riuscito a portare in numero abbondante seguendo gli indirizzi di un raffinato architetto milanese, suggeritore dei "giovedì lesbo" e dei "venerdì gay", rivelatisi fonte di richiamo per tutta la Brianza e non solo.
Anche all'Angioletto, uomo di antichi e ben definiti principi, la cosa all'inizio non era andata a genio, ma vedendo i risultati monetari aveva optato per chiudere un occhio e a fronte della vasta dimensione assunta dal business, generato dai particolari frequentatori, aveva laicamente commentato, per frenare le incalzanti rimostranze di don Celestino, che: "Ognuno deve essere libero" e poi, tra sé e sé pensando agli strani orientamenti sessuali dei suoi clienti: "Mah... Ognidun al gà i so gust, l'impurtant l'è che al diventa nò obligatori". Visto poi che le cose andavano per il giusto verso, l'Angioletto, messe da parte tutte le remore morali, aveva proposto al figlio una terza serata dove "lesbo" e "gay" avrebbero potuto congiuntamente ritrovarsi aumentando ancor più il giro di affari.
Il Kelvin gli aveva spiegato che mettere insieme i maschi che si sentono femmine con le femmine che si sentono maschi avrebbe sì cambiato l'ordine dei fattori ma non il risultato e alla fine sarebbe stato come metter insieme tradizionalmente i maschi con le femmine. Tutto si sarebbe riportato ad una normalità che rischiava di nuocere al "buon nome" che il locale si era fatto in certi ambienti particolari, facendo cadere un castello così produttivo.
L'Angioletto aveva fatto un po' di fatica a capire un ragionamento che gli sembrava così complicato e, a un certo punto, aveva desistito dalla sua idea, accettando di non essere aggiornato su certe questioni.
Nel desistere dalla sua idea gli era però cresciuto il sospetto di non aver esplorato qualcosa nella sua vita e, suo malgrado e con un certo senso di colpa, gli era cresciuta anche una pruriginosa curiosità su quell'ambiente a lui sconosciuto. Abbiamo detto di come il bar della Pesa sia stato per noi la fonte inesauribile di informazioni che nel tempo hanno consentito la stesura delle note biografiche che seguiranno e che riguarderanno alcune figure di spicco della nostra cittadina, ma evidentemente il luogo in se stesso rappresenterebbe ben poco senza la presenza di quella larga schiera di abituali avventori che trovano nel bar la location adatta e nell'Angioletto il magistrale conduttore di quella specie di talk show quotidiano.
Un talk show che nel corso delle giornate si sviluppa nel bar della Pesa e che nulla ha da invidiare ai pruriginosi programmi televisivi pomeridiani, così come la capacità di conduzione dell'Angioletto stesso nulla ha da invidiare a una qualsiasi Barbara D'Urso.
Palle e verità, lacrime e sorrisi, storie vecchie e storie nuove, certezze e illazioni, elogi e denigrazioni, vendette e vanità: tutto nel corso della giornata si riversa in un catino ricolmo di informazioni nel quale dei curiosi ficcanaso come noi possono attingere a piene mani trovando però difficoltà nel dare ad ogni singola informazione una credibilità, un peso, un significato o un legame, a meno di riuscire ad entrare nell'intima conoscenza della personalità di chi tali informazioni diffonde.
E se gli avventori rappresentano i fornitori delle informazioni sul mondo piatuggese, l'Angioletto è per noi una sorta di notaio in grado di avallare la credibilità degli stessi e dei loro racconti.
Da quanto detto si sarà già intuito che, escludendo l'American bar dove ognuno si fa i fatti propri (e ce n'è più che a sufficienza!), due sono le "sessioni" di ascolto, che offrono la possibilità di una interessante messe di notizie.
momenti di maggior interesse si concentrano, infatti, nelle prime ore della mattina, per la brioche e il cappuccino, e all'ora di pranzo, per usufruire della rinomata "cucina casalinga" della signora Maria.
Nel primo caso tutto si svolge fra le otto e le dieci, periodo nel quale la famosa macchina Sanremo dà il meglio di sé e gli avventori si susseguono con un rapido ricambio trattandosi prevalentemente di bancari in uscita di straforo dal capufficio, insegnanti in intervallo, giovani casalinghe desiderose di sfruttare le ore di libertà senza figli e mariti.
C'è anche qualche pensionato che con la consumazione di un caffè occupa un tavolino per un paio d'ore scroccando la lettura della "Rosa" e dell'Eco della Brianza che l'Angioletto non fa loro mai mancare, malgrado la prolungata occupazione del tavolo lo mandi letteralmente in bestia.
Ma questi numerosi avventori, classificabili in categorie, sono come sbiadite comparse sullo sfondo di una statica scena; quelli che offrono interesse, ai nostri fini, sono quei pochi, ma ben identificabili clienti che, al loro comparire nel locale, portano il colore di una spiccata personalità.
"Te mettiti qui vicino a me - suggerisce l'Angioletto - che ti racconto la storia di tutti". E noi volentieri eseguiamo e di quello che l'Angioletto ci dirà vi faremo partecipi.
La prima a comparire è la signora Giuditta, una procace sessantenne che non ha per nulla deciso di togliersi dal mercato.
Chiamata sotto traccia "la Bresciana", ha un solleticante accento che dichiara i suoi natali, ma lei, comparsa a Piatuggio qualche anno fa, non ha mai completamente chiarito la sua provenienza con ciò aumentando la curiosità e l'interesse nei suoi confronti.
"Mi me sbaglierò - dice sottovoce il maldicente pensionato
ma se te voret savè quela lì da duve la vegn te ghe da dumandaghel alla Merlin". E il riferimento è naturalmente all'omonima senatrice titolare di una famosa legge. L'Angioletto stesso, malgrado lo neghi con decisione, difficilmente riesce a sfuggire al richiamo dei suoi seni prorompenti (e ben sostenuti), che soprattutto nella bella stagione vengono maliziosamente ostentati a livello del banco di servizio.

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La cosa non è certo sfuggita alla gelosissima Maria che, dotata di un radar particolare, all'apparire della signora Giuditta a sua volta si affaccia alla porta della cucina e qualche volta, casualmente, anche affilando rumorosamente un coltello da macellaio.
L'Angioletto, quando riesce a sfuggire al controllo della Maria, disegna col latte sul caffè della Bresciana un invitante cuoricino e lei non manca mai di lodarne la squisitezza: "Angioletto, lei è un tesoro!", dice la signora guardandolo fisso negli occhi e leccandosi voluttuosamente le labbra. "Come
lo fa lei, pochi lo sanno fare!", riferendosi probabilmente al caffè, ma lasciando qualche dubbio alla Maria.
La Giuditta parla, parla in continuazione a voce alta con l'intendimento di divenire il centro dell'attenzione, cosa che regolarmente le riesce.
A lei, che a suo dire ha vissuto nelle più grandi città d'Italia, questa Piatuggio sta stretta per la poca socievolezza dei suoi abitanti e per la loro mancanza di cultura. Le donne le classifica delle arricchite senza stile e i maschi rozzi e poco affascinanti.
Come è comprensibile la presenza della Giuditta, sulle cui origini si scatena la più scurrile fantasia maschilista, rappresenta per il clima del locale un momento di gelo, vuoi per la incombente minacciosa presenza della Maria, vuoi per l'antipatia che logicamente la Giuditta, con i suoi giudizi, riesce a diffondere soprattutto nel comparto femminile.
Solo l'Angioletto, silenzioso e ben mimetizzato, la guarda con malcelata ingordigia sognando di poterle un giorno elargire tutta quella cultura della quale la Bresciana dichiara di avere impellente necessità.
Da lei si possono cogliere tutte le novità ed i pettegolezzi che hanno origine nei negozi dei vari parrucchieri, estetisti e nella palestra che lei frequenta con il dichiarato intento di mantenere le natiche guizzanti. Un'immagine questa che ogni volta funge come un colpo di frusta all'inguine del povero Angioletto.
Alla sua sculettante uscita dal bar è come se tutto il locale tirasse un sospiro di sollievo e si rilassasse.
La Maria depone le armi e toma al suo spezzatino, gli altri avventori ai loro discorsi, l'Angioletto ai suoi sogni, i pensionati alla loro disturbata lettura e il Merletti, nel frattempo arrivato, non manca di lanciare uno sguardo di sufficienza e di ostentata indifferenza sulle ondeggianti e per nulla disprezzabili terga della signora Giuditta.
"Sa te guardet Merletti?"
"Oh nient! Siete qui tutti a perderci gli occhi, ma la mia Fulvia coupé, che la ga cinquant'an, l'è pusè su de balester de quela lì"
Per capire questo atteggiamento sprezzante bisogna risalire alla carriera da latin-lover del Merletti della quale l'Angioletto non ha mancato di renderci edotti.
Il signore in questione, ora più grigio che brizzolato e spesso devastato da sciatiche ed imbarazzante necessità di frequenti visite al bagno, negli anni ruggenti del dopoguerra spopolava per la sua chioma corvina, i baffetti malandrini, il petto villoso ostentato sotto i completi di buona fattura che nei periodi estivi erano rigorosamente bianchi e accompagnati da scarpe a punta "alla francesina", scricchiolanti ad ogni passo come può essere il cuoio non sciupato.
Poteva permettersi la bella vita del nullafacente in virtù del matrimonio con una signora milanese, di distinta presenza e, quel che più aveva fatto innamorare il Merletti, giovane vedova economicamente ben fornita ed in cerca di giusta consolazione.
Il Merletti era un assiduo frequentatore della "Romantica", night-club della vicina Svizzera, dove rimorchiare non più freschissime dame dall'accento teutonico non era difficile, oltre che del casinò di Campione dove, tra le altre cose, espletava la poco nobile ma assai redditizia professione del prestasoldi.
Per le donne era come il miele per le api, o come dicevano i suoi invidiosi detrattori "come la m.... per le mosche" e il Merletti aveva solo l'imbarazzo della scelta.
Ma l'attivo Merletti la legna non la faceva solo fuori dal bosco, nella stessa Piatuggio aveva lasciato il segno seppur qualche sua improvvida conquista aveva lasciato un segno anche a lui, in particolare nella forma di una cicatrice sulla guancia destra sicuramente risultanza di un cazzotto ben assestato da qualche marito incazzato; una cicatrice che in gioventù aveva aumentato il suo fascino da "guerriero del canapè", ma che oggi non fa che accentuare la decadenza delle sue gote cascanti.

uL Merletti/ gigolò- corv le/ verve/ varicose'
Quello che non ci si poteva aspettare da un "professionista" come il Merletti era però la sua incapacità di essere riservato sulle sue conquiste, cosa che gli aveva procurato i guai dei quali abbiamo già detto ma che nel contempo lo aveva portato ad essere uno dei clienti più ambiti dall'Angioletto e dalla schiera di ficcanaso, frequentatori del bar della Pesa.
Oggi il Merletti vive prevalentemente di ricordi e cerca di mantenere inalterata la sua nomea assumendo un atteggiamento critico anche nei confronti delle più belle femmine che attraversavano la strada del suo giudizio.
Del resto la favola della volpe e dell'uva è vecchia di molti secoli e anche la inculturata Piatuggio, come afferma la signora Giuditta, non può certo sfuggire alla sua saggezza.
Chi non riesce a sopportare la presenza del Merletti è il Mantegazza, un industrialotto con il pallino dei soldi che ostenta al dito un brillante di dimensione tali che solo un uomo d'affari brianzolo di successo può permettersi.
Qualche malalingua ritrova nelle dimensioni dell'anello del Mantegazza l'esatta traccia dello sfregio che ancor oggi il Merletti esibisce sulla sua guancia destra, ma per la verità di questo pettegolezzo neanche l'Angioletto sa dare un riscontro anche se la cosa sarebbe un'attendibile giustificazione dell'accentuata antipatia fra il Merletti e il Mantegazza. Quest'ultimo, del resto, non raccoglie lui stesso diffuse simpatie per il suo atteggiamento ostentatamente indaffarato e la sua monocorde attitudine a parlar di soldi e di affari.
Il suo arrivo per il caffè del mattino si preannuncia con una rumorosa sgommata, un parcheggio assolutamente incurante di una civile convivenza, un'entrata rumorosa con le ultime notizie in materia dei guai finanziari altrui al punto da suggerire al pensionato di turno la solita sortita: "L'è rivà el buletin di protesti!".
La capacità del Mantegazza di far soldi è comunque una verità da tutti riconosciuta ed alcuni aneddoti, tendenti a mettere in ridicolo questa sua troppo spinta propensione, circolano da tempo senza aver mai trovato smentita.
Si dice per esempio che nella sua fabbrica abbia avuto una lunga contestazione sindacale non certo per motivi di orari o di salari, ma unicamente legata al fatto che, con una geniale intuizione, il Mantegazza aveva fatto inclinare il piano di appoggio dei piedi nelle "turche" (gabinetti a raso!) destinate ai bisogni dei suoi dipendenti con l'unico scopo di renderne particolarmente scomodo e precario l'utilizzo al fine di restringere il più possibile i tempi di "seduta".
"L'è una storia vera - dice l'Angioletto - anca mi ho pensà de fa una roba simil per ciulà el Febelli; ma la custava trop!".
E si racconta anche che per evitare i rilevanti costi di rasatura del vastissimo prato prospiciente la sua villa il Mantegazza avesse pensato di far brucare in continuazione una coppia di asini, dovendo dopo non molto rinunciare all'esperimento, poiché non aveva preso in giusta considerazione il fatto che gli asini sono animali a rendimento uno (tanto in entrata tanto in uscita) e l'eliminazione delle conseguenze della loro abbondante nutrizione risultasse più costosa del taglio dell'erba stessa.
Al Mantegazza piace farsi chiamare "commendatore", una onorificenza che ha inseguito per molti anni e che grazie al sostegno di diversi parlamentari della zona è riuscito a conquistarsi, ma solo qualche tempo fa.
"Per meriti nel campo del lavoro", dice lui. "Per merito di tut i danè che l'ha pagà", dice la solita malalingua.
A proposito della consegna di questa agognata "commenda" il Mantegazza racconta un gustoso aneddoto che non tutti ritengono completamente attendibile ma, almeno in parte, frutto della sua fantasia esibizionistica.
L'onorificenza era stata consegnata addirittura dal Presidente della Repubblica in un incontro con tutti i nuovi commendatori nazionali che erano stati convocati al Quirinale in una delle prestigiosissime sale che danno sugli altrettanto prestigiosi giardini.
Il Mantegazza era un po' intimidito dall'ambiente e quando, prolungandosi l'attesa del Presidente, aveva cominciato ad avvertire gli stimoli derivatigli da una prostata che negli anni si era un po' indebolita, non aveva osato chiedere a qualcuno dove trovare una toilette. Il Presidente ritardava e il bisogno aumentava. A quel punto il Mantegazza con fare noncurante, quasi assorbito dalla bellezza del luogo, si era addentrato nel giardino presidenziale a passi lenti e ispirati per accelerarli appena aveva intravisto il sicuro rifugio di un alto cespuglio ove poter dare sfogo alla sua impellente necessità.
Aveva appena dato inizio alla sospirata liberazione, che il Mantegazza si era visto affiancato da due enormi e luccicanti corazzieri che dovevano averlo tenuto d'occhio ed ora gli chiedevano conto del suo comportamento intimandogli di rientrare immediatamente con tutti gli altri invitati.
Il Mantegazza, umiliato e confuso, aveva implorato:
"Lassem finì de pisà e per piasè, guardem nò intant che la fò". Poi, scortato dai due corazzieri, era rientrato nel gruppo godendo persino degli sguardi invidiosi di coloro che non avevano usufruito di tale prestigioso accompagnamento.
Il Mantegazza è il più veloce cliente dell'Angioletto, sorbito rapidamente un caffè si rivolge agli astanti con il suo usuale slogan: "Pelanda andè a lavurà, il tempo è danaro". E la sua uscita risulta travolgente quanto l'entrata, senza rimpianti da parte di nessuno avendo lui, in un paio di minuti, esaurito l'aggiornamento su tutte le peggiori informazioni in tema di finanze altrui che Piatuggio in quel giorno potesse fornire.
Ma l'ingresso più solenne si verifica verso le dieci, praticamente alla chiusura della sessione "colazioni", ad opera del Cocuzza, di professione politico, ma di vocazione boss.
Le sue origini stanno nel suo cognome e malgrado i lunghi anni di permanenza a Piatuggio lui è e sarà sempre il "tunisin", così come classificato una trentina di anni fa al suo esordio in Brianza, quando si presentava come un operatore import-export, mentre in effetti non faceva altro che il venditore ambulante di caciotte e mozzarelle, che il fratello gli recapitava settimanalmente dal sud con un vecchio camion che ammortizzava il viaggio di ritorno trasportando pacchi e persone verso la terronia.
Le non comuni capacità del Cocuzza erano venute presto a galla, attraverso una escursione politica fra Dc e Psi, una capacità di untuosa sottomissione ai vari capi della politica brianzola e chiare idee sugli obbiettivi da raggiungere.
Dopo pochi anni si era trovato nel rango di assessore riuscendo a mantenere nel tempo una posizione di prestigio anche attraverso successive conversioni politiche.

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Della politica, come spesso lui stesso afferma, aveva "preso gli anni buoni", riuscendo ad infilarsi in tutte quelle pieghe più
o meno limpide che gli usi e costumi dei tempi consentivano a un giovane, spiantato ma sveglio, per crearsi una non ben definibile, ma comunque interessante, situazione economica. Passo lento e cadenzato, accompagnato da un paio di stropicciati guardaspalle, mani in tasca, occhiali Rayban, piedi piatti e gambe leggermente divaricate ad affermare che, non solo metaforicamente, lui è "uomo con le palle".
"Ghè rivà el Papa", è l'esclamazione sussurrata al suo ingresso dal solito pensionato disturbato nella sua lettura, a indicare che effettivamente manca solo un suo gesto benedicente per completare la solennità del suo ingresso al bar della Pesa.
Un caffè rumorosamente sorbito con il mignolo signorilmente alzato, quattro chiacchiere con l'Angioletto atte a fornire le più aggiornate indiscrezioni provenienti dal "palazzo", un paio di freschi sputtanamenti su amici ed avversari politici (meglio se riferiti alla loro vita privata!) e poi il via per una diecina di minuti di udienza.
Si, perché di questuanti dei suoi favori acquattati nei pressi del bar della Pesa ce n'è sempre un certo numero ed il Cocuzza non si mostra particolarmente disturbato da questi interventi che forniscono un segno tangibile della sua importanza e solleticano quella sua ambizione da boss, che gli viene dai ricordi di una gioventù passata laddove ha sviluppato la sua ammirazione per "l'uomo di rispetto".
Contornato sempre da un certo numero di fedeli sudditi, il Cocuzza ha raccolto intorno a se una corte di conterranei che lo guardano come si guarda la Madonna e lui, munifico e generoso, non infrequentemente offre, sull'ampio prato prospiciente la sua villa, dei party a base di salamelle e patatine, durante i quali la signora Cocuzza si pavoneggia come una vera e propria regina madre, di quattro figli.
A proposito dei figli viene ricordata, dal solito pensionato, una simpatica vicenda che aveva coinvolto il Cocuzza alla nascita del suo primogenito accolto da tutta la sua corte come un principe ereditario. Tutto era andato per il meglio ma dopo pochi giorni dal parto, una domenica mattina, Piatuggio aveva notato che il gruppo Cocuzza stazionava come al solito all'esterno del bar della Pesa, ma non era ciarliero come al solito, bensì avvolto in un mutismo che sapeva di tragedia.
A chi chiedeva notizie veniva detto della preoccupazione che aleggiava su tutto il clan, legata al fatto che il neonato si era costipato, nel senso che da tre giorni non svolgeva le sue naturali funzioni defecatorie così care alle mamme, che sanno interpretare, attraverso tutti gli esami organolettici del caso, la salute dei loro piccoli.
Con il carico tragico classicamente meridionale, nel gruppo si prospettava già il peggio e si ragionava sottovoce come si sarebbe dovuta affrontare la tragica evenienza rispetto ai coniugi Cocuzza, in maniera da essere di sollievo al loro dolore, ma nel contempo di guadagnare nuovi crediti da parte del boss, rispetto ad un futuro che non poteva certo finire nella cacca di un bambino.
Mentre questo dramma si consumava, dal fondo della piazza era sopraggiunto a passo di corsa uno dei fedelissimi ammessi in casa Cocuzza, che a braccia alzate annunciava urbi et orbi: "Ha caccato! Ha caccato!", suscitando un applauso di liberazione da tutto il gruppo.
L'arrivo poi del Cocuzza in persona aveva dato luogo ad abbondanti libagioni di festeggiamento, delle quali aveva usufruito anche il Bramati, un allevatore del posto che in quel momento passava da quelle parti e che poco aveva capito dell'accaduto salvo bere gratis e commentare fra sé e sé: "Se mi duves bev tuti i voelt che i me vac la fan, saris cioc da la matina a la sira!".
Ultimo a presentarsi, più vicino all'ora dell'aperitivo che a quella della colazione, è il Magnetti, e il solito pensionato alzando la testa dalla Gazzetta e, non potendo fare a meno di apprezzare l'immancabile accompagnatrice, mormora fra se e se riferendosi al nuovo arrivato: "Ghè rivà "la Pulacca". Bisogna sapere, e questo ce l'ha spiegato l'Angioletto, che a Piatuggio si parla di una figura storica, che naturalmente nessuno dei piatuggesi viventi ha personalmente conosciuto, costituita da una donna sempre vestita di nero e soprannominata "la Pulacca" per essersi preferibilmente accompagnata, nella sua gioventù, con soldati polacchi di passaggio, durante le innumerevoli invasioni della terra lombarda.
Passati gli anni e sfiorite le bellezze la Pulacca aveva ben pensato di chiedere perdono dei suoi peccati e si era inventata una professione per la quale si presentava a tutti i funerali della zona offrendo un servizio che consisteva nel recitare rosari e preci varie, durante il tragitto verso il cimitero, accompagnandole, se regolarmente retribuite, da pianti più
o meno disperati a seconda dell'entità della mancia ricevuta. Col tempo la Pulacca aveva anche ampliato il suo servizio mettendo sù una specie di cooperativa che le consentiva di potersi presentare, se la clientela lo richiedeva, con l'accompagnamento di altre piagnone da lei reclutate.
Al Magnetti, spiega l'Angioletto, è stato appioppato questo soprannome per la sua attitudine, da perfetto "fanigottone", di presenziare a tutti i funerali, come riempitivo delle sue giornate poco impegnate.
E lui non fa fatica a confessare di trovare serenità nelle celebrazioni funebri ed essendo uomo di una certa cultura appena può ama esibirla pronunciando ampollosi discorsi in memoria del defunto, soprattutto laddove la famiglia, per riserbo o incapacità dialettica, non è in grado di farlo.
A quel punto il Magnetti afferra il microfono e fin che non glielo tolgono si impegna a sproloquiare, beandosi del proprio ascolto e qualche volta sinceramente autocommuovendosi. "Se c'è una cosa che mi dispiace - dice lui- è quella di non poter pronunciare il mio elogio funebre quando sarà il momento!". Ma oltre questa sua hobbistica attività lui afferma anche di fare importanti affari con la Russia, in particolare nella zona di San Pietroburgo ed in effetti lui, periodicamente, sparisce per qualche settimana per poi ricomparire con gruppetti di bellissime ed eleganti signorine che poi via via si dissolvono nel nulla dopo aver fatto per qualche giorno bella mostra di sé al braccio del Magnetti.
E' inutile approfondire le ipotesi e le illazioni che vengono fatte sull'attività del Magnetti, fatto sta che tutto questo bel vedere alla fin fine non fa che creare invidia intorno alla sua figura che, per la verità si muove con una certa riservatezza, professionalità e con superiore assenza di ostentazione.
Con l'uscita del Magnetti si può considerare concluso il nostro silenzioso ascolto della sessione "colazioni" e con l'intento di riordinare le idee salutiamo momentaneamente l'Angioletto che si prende lui stesso una pausa, durante la quale abbiamo il fondato sospetto che,eludendo il controllo della Maria, si possa diligentemente dedicare a lezioni di cultura generosamente impartitegli dalla signora Giuditta. Noi ordinatamente ci ritiriamo per dedicarci a nostre faccende in zona, in attesa che l'immancabile appetito ci richiami, poco più tardi, nei pressi dei succulenti piatti del giorno che usciranno dalla profumata cucina della signora Maria.
Il ristorante della Maria è quello che resta dell'antica Locanda della Pesa che negli anni ha subito una serie di trasformazioni commerciali adeguate al mutare dei tempi.
Le doti culinarie della signora sono davvero eccelse e se si deve fare un appunto è sulla composizione del menù del giorno, che può proporre spezzatino con polenta il mese di luglio e pollo in gelatina per le feste di Natale.
Ma l'Angioletto, che ci riserva sempre un posto a tiro d'orecchio del tavolo di maggior interesse, giustifica ampiamente le scelte della cuoca, "perché - dice - la Maria in cucina è un'artista e tu al Michelangelo mica potevi dirgli quello che doveva pitturare!".
Il tavolo di maggior interesse è costantemente riservato a degli habitué dei quali l'Angioletto va molto fiero perché a suo dire rappresentano la storia di Piatuggio e, oltre a essere fonti di memoria storica, sono conoscitori universali di quanto succede in città ed equilibrati interpreti dei vari pettegolezzi: il Brambati, il Pesenti, il Colombo, il Giorgetti e il Marchetti. Il Brambati è stato deputato al Parlamento e ancor oggi tutti lo chiamano onorevole senza, per la verità, alcuna ostentazione da parte sua. L'unico vezzo, se così si può chiamare, è l'uso per le sue comunicazioni personali della carta intestata della Camera dei Deputati pur non facendone più parte da oltre un decennio; piccola abitudine al limite dello sperpero di denaro pubblico, spesso ironicamente sottolineato dai suoi compagni di tavola: "Ue Brambati te portà a cà da Roma anca la carta igienica?".
Democristiano fino al midollo, frequentatore di sacrestie e di importanti prelati, ancor oggi muove con vellutata sobrietà i fili del "teatrino della politica" locale, ovvero quella cosa che il suo attuale Capo chiama bordello, durante i loro frequenti incontri nella vicina Arcore.
suoi compagni di tavolo spesso lo stuzzicano chiedendogli informazioni sulle "cene eleganti" del Capo alle quali, arrossendo, lui asserisce di non aver mai partecipato, anche se c'è chi giura che i suoi ricorrenti viaggi romani siano dovuti alla necessità di riscaldare certe sue frequentazioni femminili. A lui, nato democristiano, hanno sempre fatto ricorso persino i "compagni" nei momenti di difficoltà di rapporto con la concorrenza e il Brambati, delicato mediatore, è sempre riuscito a trovare le adeguate e mai disinteressate soluzioni. Presidente di tutte le istituzioni legate alla parrocchia, il Brambati si muove tra le sottane delle monache e dei preti quasi scivolando, con una gentilezza quasi femminile, ma con una determinazione che non lascia scampo.
Negli anni in cui Don Celestino, del quale parleremo più avanti, si dedicava a risolvere i problemi famigliari della città, il Brambati, in virtù della sua presenza romana, fungeva da tramite con i giuristi della Sacra Rota. E quelli furono anni nei quali le offerte per "i poveri della parrocchia" fioccavano copiosamente.
Nell'epoca di tangentopoli il Brambati aveva avuto qualche problema unitamente a degli imprenditori locali, ma miracolosamente di questi fatti pare che tutti oggi si siano dimenticati, lasciando intatta la stima nei suoi confronti.
Alla nostra richiesta di spiegazioni circa questa evidente omertà la risposta dell'Angioletto è stata enigmatica e conclusiva: "Al cunvegn a tuch tasè, ai santi e ai diavariti". Risposta lapidaria e oscura solo per gli ingenui, degna comunque della Settimana Enigmistica.
E tanto il Brambati è pacato e taciturno quanto è chiassoso e loquace il suo amico più intimo, il Colombo, di lui notevolmente più avanti negli anni, ma sempre pronto alla battuta preferibilmente "pesante".
Il Colombo è stato per numerosi decenni medico condotto e poi medico di base, distribuendo clisteri ed aspirine a diverse generazioni di piatuggesi. Di ogni assistito ha nella testa la cartella clinica e ricorda dettagliatamente bronchiti e diarree. Il Colombo non è stato mai un grande esempio per i suoi pazienti (dedito da sempre a grandi mangiate e grandi bevute) e la sua lunga carriera ufficiale si è interrotta bruscamente il giorno che qualcuno gli ha comunicato che, se voleva continuare a professare, doveva partecipare a ricorrenti corsi di aggiornamento. A lui, che ancor oggi a ottant'anni ampiamente suonati non si sottrae mai alle chiamate anche notturne, la cosa era apparsa come un insulto. Dopo aver esternato il suo disagio nel sentirsi inquadrato in una categoria che a suo dire era più attenta ai guadagni che non ai pazienti, aveva rapidamente deciso di togliere il disturbo o, come meglio lui si esprimeva, "a mandà tuch a dà via...".
Da quel momento Piatuggio aveva conosciuto ancor meglio quel grand'uomo che è il Colombo, perché lui aveva cominciato a dedicarsi con riservatezza e assoluta dedizione alla salute delle persone più umili anche se talvolta imbarazzanti. Era stato il suo modo di protestare contro un sistema di sanità che non aveva saputo accettare: gli anziani, i cronici, i barboni, gli alcolizzati, i carcerati di Monza, i drogati in cerca di un recupero, le prostitute che bruciavano i copertoni sulla Valassina e quant'altri erano entrati a far parte della sua scelta clientela non pagante. Ancor oggi i suoi metodi diagnostici sono rimasti quelli legati alla sua vastissima esperienza: poco propenso a utilizzare gli esami clinici e del tutto avverso a quelli che prevedono l'utilizzo di macchine che, a suo dire, hanno ucciso la professione medica.
La Scuola Salernitana sembra essere sempre stata il suo unico riferimento e non ha nessuna remora ad affermare, anche ad estranei come noi, che qualsiasi diagnosi parte da una verifica di base: "Pisa ciara, merda scura la tua vita l'è sicura". E il resto viene di conseguenza.
Il ritardatario della compagnia è il Giorgetti, forse a causa del suo lento incedere per la frattura di un femore mal risolta, che lo costringe all'utilizzo di un bastone che, una volta arrivato alla meta, viene regolarmente fatto sparire da quella goliardica compagnia e ricompare solo dopo che il sanguigno Giorgetti, esasperato, minaccia lo sfascio del locale. Il signore in questione negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale aveva fondato con altri due soci una banca locale, cosa allora possibile per la diversità dei tempi, delle persone e dei loro concetti di onorabilità e fiducia. Alla Banca di Credito Piatuggese (BCP) decine di imprenditori devono la loro attuale fortuna, perché il Giorgetti aveva saputo avvedutamente interpretare il suo doppio ruolo sociale di custode dei risparmi dei buoni piatuggesi e di avveduto finanziatore per tutta quella moltitudine di persone che al ritorno dalla guerra dovevano costruirsi una vita, in quel momento di rinascita del Paese nel quale le idee e le braccia volonterose non mancavano ma
soldi necessari per intraprendere erano pochi.
Erano tempi nei quali la gente, sia quella che aveva dei risparmi da custodire sia quella che aveva necessità di un prestito per lavorare, si fidava solo di qualcuno che conosceva e poteva dargli del tu. Ed erano tempi nei quali erano nate molte banche locali, realtà oggi quasi del tutto estinte. Il Giorgetti aveva saputo interpretare i due ruoli con assoluta correttezza e difendendo gli interessi di tutti, tanto che, alla sua morte avrà sicuramente, se non un monumento, almeno una piazza a lui intitolata.
Certo che, per un giovane ragioniere diplomatosi facendo la spola con Monza e negli ultimi anni anche allievo serale per necessità di famiglia, intraprendere e portare avanti con successo la carriera di banchiere, non era stata una impresa facile.
Oltre che la responsabilità verso i suoi clienti, risparmiatori
o investitori che fossero, il Giorgetti sentiva una enorme responsabilità verso i suoi due soci, che erano stati gli apportatori dei capitali iniziali e che, con grande fiducia, avevano lasciato la parte gestionale nelle mani di quel giovane brillante, onesto, ma senza esperienza.
Non esistevano allora troppi vincoli di Bankitalia, né Bce, né centrale dei rischi e nemmeno reti telematiche di informazione. Esisteva solo il "naso" del banchiere, che nella decisione sugli investimenti rischiava sulla pelle sua e su quella dei risparmiatori che gli affidavano i loro quattrini da gestire.
Nel mestiere di finanziatore il Giorgetti si era fatto un suo schema di giudizio in tre fasi, per arrivare alla fine a decidere se e di quanto una persona poteva essere aiutata nello sviluppo di una sua idea.
Ancor oggi lo racconta con orgoglio e anche e po' di ironia: "Il metodo Giorgetti difficilmente ha sbagliato. Facile oggi con tutti i computer e tutto il resto. El me computer l'era quest chì", dice sorridendo toccandosi il suo importante nasone.
E preso dall'euforia dei ricordi comincia ad illustrare questo famoso "metodo Giorgetti" che, integrato dagli interventi degli altri presenti, può così riassumersi: il primo step riguardava l'idea industriale che gli veniva sottoposta e che andava valutata in quanto a mercato e concorrenza, perché pur trattandosi per la maggior parte di iniziative nel campo del "mobile", diversa era la sua valutazione a fronte della tipologia (cucine, soggiorni, camere eccetera eccetera) e del livello di qualità (economico, lusso e via di questo passo).
suoi migliori consulenti, in questa prima fase, erano gli stessi clienti della sua banca, i quali senza rendersene conto gli fornivano le indicazioni necessarie anche per valutare quanto la nuova potenziale iniziativa potesse aver successo e non andasse a mettere a rischio, facendogli la concorrenza, qualche altro precedente investimento già in corso nel medesimo settore.
secondo step riguardava la persona che richiedeva un prestito e che veniva valutata sulle sue qualità lavorative, patrimoniali e morali. I consulenti del Giorgetti in tal caso erano i compagni di lavoro, che certificavano le qualità professionali, il curato del momento, il dottor Colombo,
capoccia della politica locale, il papà dell'Angioletto che intercettava pettegolezzi e informazioni, i viveur della zona in grado di certificare vizi, virtù e frequentazioni del soggetto, i sensali che di beni patrimoniali, terreni e cascine principalmente, conoscevano vita, morte e miracoli.
L'ultimo step riguardava infine la famiglia e i suoi componenti. Qui il metro di giudizio era molto singolare e il Giorgetti non si avvaleva di nessuno se non dei suoi istinti piuttosto bacchettoni.
Raccontavano alcuni suoi vecchi collaboratori che in molti casi nei quali il Giorgetti era indeciso, la bilancia decisionale era andata sul no per valutazioni negative riguardanti la moglie o i figli del soggetto sotto esame: "La sua dona l'è una ca la fuma", per il Giorgetti una donna che fumava oltre che poco seria era anche spendacciona; "La sua tusa l'è semper piturada", rossetti e belletti al Giorgetti piacevano ma "fuori dal bosco"; "La murusa del so fieu l'è un po' sgolgia", bastava un accenno di minigonna per decretare un giudizio nefasto; "A la festa de l'Unità l'era là cun tuta la famiglia" e qui uscivano le divergenze politiche delle quali la storia di Piatuggio è infarcita.
Ma Piatuggio può essere grata al Giorgetti, anche perché con qualche sindaco illuminato e qualche imprenditore di rilevante capacità economica è stato negli anni promotore di importanti opere e iniziative, che hanno favorito lo sviluppo della città. Si ricorda con particolare piacere una mostra del mobile, un eliporto, una casa di riposo, una scuola tecnica.
E' pur vero che qualche malalingua ricorda anche la facilità con la quale i Piani regolatori in quei tempi venivano adeguati alle esigenze "pubbliche" e nel frattempo anche per far "diventare buoni" (edificabili, anziché agricoli) molti terreni privati e la stessa malalingua sottolinea la rilevante proprietà immobiliare del Giorgetti. Ma senza star troppo a sottilizzare si può senz'altro dire che l'uomo avrà avuto nel passato anche qualche piccolo difetto, ma che lui verrà sicuramente ricordato con gratitudine da una larga parte dei piatuggesi.
Forse la stessa cosa non si potrà dire del Pesenti (il quarto della combriccola), ma solo a causa del suo lavoro di un tempo: il giornalista.
Per molti decenni il Pesenti è stato corrispondente dell'Eco della Brianza; per le caratteristiche della sua professione e per la sua indole di impunito ficcanaso si dice sia stato sempre al centro delle vicende più importanti di Piatuggio e zone limitrofe, non solo con la semplice funzione di cronista ma spesso anche con quella di attore principale.
Si ricordano ancora delle liti furiose fra le varie correnti politiche comunali a seguito di sue non sempre disinteressate "soffiate" giornalistiche, definite anche "polpette avvelenate", che ai tempi in cui tutto era più facile avevano fatto si che più di un sindaco fosse entrato nel consiglio comunale da cardinale ed uscito da sacrestano.
Anche la carriera del Pesenti, come quella del Colombo, era stata interrotta dall'incalzare della tecnologia; quando block- notes e lapis erano stati forzatamente sostituiti dal computer al nostro uomo non era rimasto che farsi da parte.
Ma ancor oggi, attivo pensionato, rappresenta una manna per chi vuole ricordare le cose degli ultimi cinquant'anni, ma purtroppo rappresenta anche una minaccia incombente per chi vorrebbe farne dimenticare alcune di esse.
A piedi o in bicicletta il Pesenti percorre ogni giorno un certo numero di chilometri sulle strade e sui marciapiedi di Piatuggio. Lui dice per la sua salute, mentre i suoi numerosi detrattori dicono per la sua curiosità.
Compagno di queste scarpinate è il Marchetti, che completa il quintetto di assidui commensali della signora Maria.
Il Marchetti è stato corridore ciclista professionista ai tempi di Coppi e di Bartali e ancor oggi è più conosciuto con il soprannome di "Simpamina" che con il suo vero cognome. Questo soprannome gli deriva dal fatto che, a suo dire, era considerato un esperto nella preparazione di esplosivi beveroni a base appunto di simpamina, una sostanza che oggi, con il doping evoluto ed imperante, verrebbe considerata poco più efficace della magnesia effervescente Brioschi.
Che tutto questo, così come le sue decantate vittorie, fosse vero o frutto della sua fantasia non abbiamo avuto modo di appurarlo. Di certo qualcosa di vero ci dovrà pur essere stato, visto che il Marchetti oggi non dà prova di grande lucidità e i suoi stessi amici lo accusano di un avanzato stato di rincoglionimento.
Dopo la carriera sportiva il Marchetti aveva sbarcato il lunario facendo da autista personale per diversi "commenda" della zona (anche allo stesso Giorgetti), per le loro esigenze e per le esigenze delle loro figlie e delle loro "signore".
In questa sua seconda professione di cose il Marchetti ne aveva viste tante, ma fin che è rimasto "in carriera" la sua riservatezza è stata esemplare, anche di fronte alle subdole pressioni del Pesenti. A carriera di autista terminata, per ragioni di età, è invece venuto a galla un certo suo astio verso coloro che non richiedevano più i suoi servizi e, come lui usa dire, a quel punto lui "aveva aperto gli archivi", per la gioia dell'Angioletto e dei suoi amici. E buona parte della buona società della Piatuggio, soprattutto quella femminile, aveva tremato.
Queste sono le fonti, che con i loro racconti hanno dato spunto alle pagine che seguiranno. E ora che i lettori sono persone informate sui fatti, ecco le storie.
