IL GEMELLAGGIO cap.12°

04.04.2020

È sempre stato il pallino di molti sindaci quello di gemellare Piatuggio a qualche città straniera.

L'idea era che tutto il contesto cittadino ne avrebbe acquistato in prestigio se si fosse in qualche modo legato ad una realtà internazionale e poterlo poi scrivere sui cartelloni di ingresso della città avrebbe in qualche modo attirato persone, soprattutto negli anni Settanta, quando, senza sapere bene il perché, il sogno della grande Europa era qualcosa di affascinante e si era ancora lontani dal deludente risveglio.

Ma per gemellarsi con una città straniera bisognava trovare qualcosa di significativo che fosse nella storia e nello spirito di ambedue le ipotetiche gemelle e siccome Piatuggio, con la sua mediocrità, nessuna se la filava, il peso della ricerca di un eventuale partner ricadeva totalmente sulla Piatuggio stessa.

E i decenni passavano senza novità alcuna, ancor più complicati dall'arrivo della Lega per la quale era irrinunciabile scrivere sui cartelli di ingresso alla città la dizione dialettale di "Piatug", cosa per molti in netto contrasto con questa strada di internazionalizzazione, che con un gemellaggio si voleva percorrere.

Il dottor Colombo, per non perder la sua fama di dissacratore, è sempre stato fra i "non fautori" dell'idea: "Te podet girà tuta l'Europa, ma un paes sfigà cume el noster, che el voer fa soci cun nun te le trovi no, nanca cun la lanterna!".

Il caso però ha voluto che, dopo decenni di tira e molla, l'occasione propizia si fosse presentata proprio con il Colombo forzato protagonista, scettico ma in una certa misura doverosamente impegnato a dover sostenere l'iniziativa.

Di tutta la vicenda, svoltasi proprio nel periodo della nostra maggior frequentazione di Piatuggio, possiamo parlarvene con cognizione di causa essendo stati spettatori diretti soprattutto nei momenti salienti e se la curiosità di conoscere i fatti vi assale avremo la possibilità di raccontarceli in maniera certa e circostanziata.


Dovete sapere che la Brianza è terra di gastronomia semplice e a volte povera, ma molto particolare.

La Busecca matta, il risotto con la luganega, la pulti, il pan de san Giusep, il pan de mei e altri ancora sono piatti che si trovano ovunque sul territorio brianzolo, così come il piatto principe: la caseula; diffusa in tutta la Lombardia ma per la quale Piatuggio, come molti altri paesi lombardi, ritiene di possedere una ricetta che la pone di diritto nel ruolo di massimo esponente.

Come tutti lombardi di caseula nella vita ne abbiamo mangiata parecchia, ma prima di dirvi che quella piatuggese è la massima espressione, vogliamo pensarci su un po'.

Quello che conta è che i piatuggesi ne siano convinti al punto di aver creato da anni l'Accademia della Caseula, per loro più importante ancora di quella della Crusca e che dovrebbe rappresentare il centro del sapere culinario in materia, in grado di giudicare e sentenziare.

In effetti non si tratta che di una specie di congregazione godereccia dove i massimi esponenti, nelle situazioni ufficiali, si presentano riccamente mantellati e dove le discussioni si possono prolungare per ore intere intorno a presunte eresie in materia di applicazione della ricetta ufficiale; eresie che, a detta di questa specie di Santa Inquisizione della Caseula, frequentemente avvengono nei vari ristoranti della zona.

La presidenza dell'Accademia è una posizione di prestigio, per la quale molti si scherniscono ma altrettanti brigano per poterla raggiungere e che attualmente viene ricoperta dal già citato dottor Colombo, che ha avuto, proprio durante il suo mandato, l'occasione di concretizzare un gemellaggio fra Accademie con la prospettiva di trasformarlo in un gemellaggio fra città.

Il sindaco di quel momento, un leghista con una precedente storia missina, che si era un giorno precipitato nel sud della Francia per festeggiare una grande vittoria elettorale della signora Le Pen, al suo ritorno in patria aveva immediatamente convocato il Colombo per importanti comunicazioni.

Il Colombo, che non teneva in grande simpatia né la persona del sindaco né tanto meno le sue tendenze politiche, aveva fatto lo schizzinoso e aveva raccontato la cosa durante i suoi incontri conviviali del mezzogiorno alla Locanda della Pesa.

"Sal veur da mi quel fascista lì. Al gà avrà da dì perché mi vò a curà i negher della Buschessa", aveva commentato il Colombo facendo riferimento ai suoi pazienti in difficoltà e nel caso specifico a un gruppo di immigrati sistemati in una cascina della zona.

"Se el me fa girà i bal, sindac si o sindac no, mi el mandi a...!". Dopo essersi fatto ancora un po' pregare, il Colombo, prevenuto e in assetto di guerra, si era presentato dal sindaco, che lo aveva accolto con untuosa cordialità facendogli trovare una situazione del tutto inaspettata.

"Caro Colombo come lei saprà sono stato nel meridione della Francia ai festeggiamenti della signora Le Pen, che l'è anca una bèla dona!".

"E mi se me interessa?", era stato il pensiero, inespresso, del Colombo.

"In questa occasione ho trovato un'opportunità, che farà di me un sindaco ricordato per la sua apertura mentale e che sarà sicuramente anche per lei di grande soddisfazione".

"O signur, quest chi al ma veur mandà a curà anca i negher che ghe là in Francia!", era stato il secondo pensiero, inespresso anche questo, del Colombo.

"Ho avuto il piacere di conoscere il sindaco di Gigion sur Brol, una cittadina della Provenza, che mi ha parlato del loro piatto tipico, il cassoulet, che per quel che ho capito è molto simile alla nostra caseula".

"Signor sindaco - aveva reagito il Colombo subito inviperito

non ci sono piatti simili e il paragone, senza saperne molto, non può reggere".

"Si calmi dottor Colombo. Sono certo anch'io che qualsiasi paragone è improponibile, ma siccome anche loro hanno l'Accademie du Cassoulet, ho pensato che una ipotesi di gemellaggio fra le due Accademie potrebbe essere foriero di uno sviluppo verso un gemellaggio delle due città. Lei sa che questa è una cosa che numerosi miei predecessori non hanno mai saputo realizzare!".

Il Colombo, scettico e un po' urtato dal fatto che il sindaco pensasse di farsi la réclame alle sue spalle, aveva però realizzato che da solo non poteva certo prendere l'iniziativa di mandare a quel paese il primo cittadino che di amici "parac..." nel consiglio dell'Accademia ne aveva. Così aveva preso tempo: "Signor sindaco, mi faccia parlare con il mio Consiglio" e asciutto si era congedato con un: "Le saprò dire".

Il Colombo, che cominciava a considerare questo fantomatico cassoulet come una delle sette piaghe d'Egitto, con l'aiuto di un nipote esperto in computer, si era documentato sulla ricetta di questo "pastroc" francese e aveva solertemente convocato il consiglio dell'Accademia, anche perché supponeva che il sindaco, se già non l'aveva fatto, avrebbe presto coinvolto i suoi amici "parac... " consiglieri.

La riunione era iniziata in un latente clima di tensione, perché ancor prima di parlare del problema già si sapeva chi era per il si e chi per il no. Ad aprire le danze era stato il Busacca, fra gli amici del sindaco il più politicizzato, che aveva totalmente sbagliato l'approccio: "A me l'idea pare buona; sarebbe ancora una volta la dimostrazione che questa amministrazione leghista è legata ai valori del Territorio e che l'accusa di antieuropeismo preconcetto è una falsità messa in giro dai nostri avversari. Inoltre, si dimostrerebbe che questa amministrazione sa fare quello che in tanti anni le altre amministrazioni non hanno neanche saputo iniziare".

Il Busacca non aveva ancora finita la frase che si era scatenato un finimondo che il Colombo aveva fatto fatica a domare e che aveva così cercato di ricondurre a qualcosa di ragionevole: "Te uè "Busecca" (era un gioco di parole che regolarmente il Colombo faceva storpiando il nome del consigliere che gli stava sinceramente antipatico) se te voret fa un cumisi va in piazza; chichinscì el problema l'è un'alter...".

E aveva ricominciato parlando in italiano un po' per dare maggiore enfasi al suo discorso e un po' perché il segretario gli aveva spiegato che verbalizzare gli interventi in dialetto piatuggese gli risultava un po' difficile.

Bisogna sottolineare che l'Accademia si era dovuta accontentare di un segretario meridionale, un brav'uomo ex dipendente delle Poste sposatosi con una piatuggese una quarantina di anni fa, il quale svolgeva il compito senza remunerazione, accontentandosi degli inviti a cena e gratificato di essere accettato nel gruppo. Ogni tanto si lasciava prendere la mano con qualche breve intervento in dialetto, ma veniva immediatamente zittito senza pietà: "Tas terun!".

Il Colombo, aveva riportato l'ordine con parole equilibrate e di pace, ma si capiva lontano un miglio che la cosa gli costavano un patrimonio. E dopo essersi scusato a nome di tutti, altro grande sacrificio, per l'insulto che il Busacca aveva ricevuto da un consigliere nella foga della precedente colluttazione verbale, aveva così sentenziato: "Dimentichiamo l'increscioso incidente" e poi rivolgendosi al segretario: "Segretario non verbalizzi che durante la discussione al consigliere Busacca è stato rivolto l'epiteto asnin vesti' de verd e ritorniamo al dunque. Ho preso conoscenza della storia e della ricetta di questo cassoulet che adesso sembra la manna venuta dal cielo".

Malgrado gli sforzi il Colombo faticava a contenere la sua natura sanguigna: "Innanzitutto si tratta di una ricetta antica quanto la nostra e la sciura Le Pen la ga entra un bel nient. Scusate l'inciso, ma è tanto per chiarire che sia il cassoulet, che la caseula sono cibi che vengono dalle campagne e quindi, senza metterla in politica, in pussè rus che verd". Ormai aveva ingranato: "In secondo luogo si tratta di due piatti non comparabili: loro non hanno le verze, che sono la base della nostra cassoela, ma hanno i fagioli. Hanno sì anche loro il maiale, ma non le nostre belle costine bensì un banalissimo stinco; i noster verzit sono sostituiti da una non precisata salsiccia di Tolosa. Loro litigano fra diverse città per affermare la supremazia di una ricetta sull'altra, mentre per noi è oramai assodato che la vera ricetta della casseula è quella di Piatuggio".

Uno scrosciante applauso era scattato su quest'ultima affermazione del Colombo che comunque appariva preoccupato nel dover dare una conclusione al suo discorso. "In considerazione di quanto detto io penso che non ci siano argomenti che consentano di ipotizzare un gemellaggio, ma apro comunque la discussione".

Il brusio era stato generale e si erano formati diversi gruppi di opinione.

A noi, che eravamo stati invitati come muti auditori, sembrava che l'opinione maggioritaria fosse allineata alle osservazioni del Colombo e favorevole alle sue conclusioni senonché il Busacca, notevolmente teso perché vedeva la difficoltà di portare a casa un risultato positivo che sarebbe entrato nel suo curriculum politico, aveva chiesto la parola:

"Io credo, Presidente, che due gemelli sono legati da affinità ben più profonde e che è irrilevante chi sia il migliore dei due. Anzi il migliore deve essere così doverosamente generoso di accettare e sostenere l'altro".

E dal fondo si era levata una voce:

"Cosa la dì quel lì? Cosa ga entra cun la caseula?".

Il Colombo aveva soffocato le risate e aveva invitato il Busacca a continuare.

"Signor Presidente, il gemellaggio si deve basare non sul piatto in se stesso, ma sulla comunanza di valori e di intendimenti, di amore per la propria terra e per i suoi prodotti, sul rispetto e sulla difesa delle tradizioni. Tutte cose che non hanno né colore né partito, ma parlano dei nostri antenati, della nostra gente più umile dei contadini, degli operai".

E sempre dal fondo, ma da voce differente dalla prima, a corredo della disquisizione era partito un: "Però, l'è un pirla ma el parla ben!".

Il Busacca aveva capito la lezione e aveva anche capito che era sul punto di fregare il Colombo e così lo aveva incalzato: "Signor Presidente. Anche la Juventus e la Triestina sono gemellate eppure vivono realtà calcistiche totalmente diverse. Non conta chi è più bravo, ma conta il rispetto reciproco. E così, mutatis mutandis, è per caseula e casoulet".

"Mò se ghe entran i mudant?", scandì la solita voce dal fondo seguita però da scarse risate, chiaro segnale che le convinzioni del gruppo maggioritario cominciavano a vacillare.

Il Busacca aveva fatto centro e lo stesso medico stava accusando il colpo nel suo preconcetto ostruzionismo, soprattutto perché, parlando della Juve, il Busacca aveva toccato le corde del suo cuore.

Il Colombo, dopo aver preso un po' di tempo per spiegare il significato della espressione latina usata dal Busacca e dopo aver chiarito che la caseula era da intendersi come la Juve, con evidente fatica aveva così riassunto i risultati della discussione: "Ringrazio il consigliere Busacca e devo dire che vista in questa luce la cosa si potrebbe fare, dopo aver chiarito tutti i limiti che noi, a difesa della nostra evidente superiorità, dovremo specificare a quei francesi...".

Dal suo tono sembrava che la frase attendesse una conclusione, che in realtà non divenne mai parola ma che nella testa del Colombo suonava esattamente così: "Frances de mer...".

"Ne parlerò al sindaco!", sentenziò invece il presidente. Un'apertura che fece scattare l'applauso a dimostrazione del fatto che una buona chiacchiera, qualche frase a effetto e un po' di calcio fan cambiare opinione alla gente più di solide e autorevoli argomentazioni. E i politici, questo, ben lo sanno.

Dopo aver atteso per qualche giorno il verbale della riunione, cosa che si era dimostrata assai difficoltosa per il fatto che tra italiano, latino e dialetto il povero segretario non ci aveva capito più nulla, il Colombo era andato dal sindaco. Gli aveva spiegato la situazione e le condizioni e dopo un tira e molla nel quale ognuno tentava di prendere il comando dell'operazione avevano convenuto, al fine di non mandare "tutto in vacca" come più volte minacciato dal medico, che in maniera parallela ognuno avrebbe preso contatto con il proprio omologo francese.

Se per i sindaci l'accordo era evidentemente più facile, fra i due presidenti si era sviluppato un carteggio paragonabile a quello fra due ambasciate di nazioni nemiche in procinto di dichiararsi la guerra.

Il Busacca, che aveva cercato di metter il becco per inserire nel contesto gastronomico un suo "soffritto" politico, era stato messo duramente alla porta: "Uhei Busecca, lassa stà. Interesses dei salamel e della mortadella della festa della Lega, che chì ga pensum nun!".

Le difficoltà della lingua erano state superate con l'intervento di due interpreti di fiducia, che alla fine avevano steso la bozza di un documento da sottoscrivere da parte delle due Accademie in occasione di un apposito incontro.

Nel documento si sanciva che l'eventuale gemellaggio si sarebbe basato sulla reciproca stima e sulle uguali finalità, restando assolutamente lontani da un confronto fra i due piatti tipici, confronto che, per ragioni completamente opposte, le due parti ritenevano improponibile.

Il nodo più complicato da sciogliere era stato quello del dove e del come si sarebbe dovuto svolgere l'incontro fra i rappresentanti delle due Accademie, ma siccome il Colombo aveva capito che il meno interessato alla conclusione della vicenda era proprio lui, aveva avuto buon gioco nel rischio di forzare costantemente la mano.

"I francesi vogliono che andiamo da loro".

"Scrivi ai francesi - aveva imposto il Colombo al suo interprete

che vengano loro, oppure i poden andà a dà via..., dighel in frances me racumandi".

Alla fine i francesi avevano ceduto e si era fissata una data nella quale una delegazione dell'Accademie du cassoulet sarebbe venuta a Piatuggio. Per l'occasione si sarebbe messa a disposizione una cucina in grado di accogliere i due cuochi che avrebbero approntato in contemporanea i due piatti; si sarebbero fatti discorsi ufficiali di rito, la sottoscrizione del documento di gemellaggio e poi tutti a casa propria "probabilmente per non vedersi mai più", come aveva affermato il sempre poco ottimista Colombo.

Il dottore, che insisteva nel fare il malmostoso, aveva delegato il suo vice all'organizzazione dell'evento e per parecchie settimane non aveva più voluto sapere nulla salvo poi piantare la prima grana quando era stato successivamente relazionato. Il problema più difficile da risolvere era stato quello di trovare un locale in grado di accogliere un certo numero di persone e disponibile in maniera esclusiva in una giornata domenicale, ma che soprattutto avesse una cucina in grado, per spazio e attrezzatura, di accogliere due cuochi che probabilmente si sarebbero guardati un po' in cagnesco e che quindi, per non litigare, avrebbero dovuto lavorare in uno spazio di una certa comodità.

La ricerca era stata difficile e i ristoratori piatuggesi l'avevano data lunga al povero vicepresidente, impegnatissimo a far bella figura anche in funzione delle sue ambizioni alla massima carica, al primo rinnovo della presidenza.

Alla fine l'unico che aveva ceduto era stato il Mimmo, un napoletano titolare della Pizzeria "al Vomero", che si era convinto anche grazie alle pressioni del Cocuzza al quale non era parso vero di fare il suo intervento da boss.

Alla notizia il Colombo aveva avuto una reazione velenosa: "Un terun cal fa la caseula! Ma vialter si mat! La caseula "al Vomero"? Dimissioni, dimissioni".

C'era voluto del bello e del buono per spiegargli tutte le difficoltà dell'operazione e che la caseula sarebbe stata preparata si nella cucina del "Vomero" ma dal cuoco di fiducia dell'Accademia.

Alla fine il Colombo si era convinto, aveva tenuto "la piva" per qualche giorno, ma poi gli era passata e si era concentrato sul discorso che avrebbe dovuto fare, al centro del quale non si doveva neanche sfiorare il concetto della prevalenza della caseula sul casoulet, perché sulla cosa non c'era neanche da discutere e comunque non era quello il tema della riunione.

Il giorno fatidico si era rapidamente avvicinato e piano piano la curiosità di tutta la cittadina era cresciuta per questa diecina di francesi che sarebbero venuti a fare questa importante visita. Ed era anche cresciuto il numero di coloro che volevano partecipare ad un evento che pochi capivano a cosa servisse ma che aveva un carattere di intenzionalità stuzzicante.

La Pizzeria "al Vomero" aveva molta disponibilità di posti, ma il Colombo, temendo che la cosa si tramutasse in una festa della Lega, aveva sentenziato: "Cinquanta noi e dieci francesi. Stop. Numero chiuso!", e nessuno aveva obbiettato per il timore che il Colombo piantasse una delle sue proverbiali grane, da una delle quali si era appena usciti con molta difficoltà.

Il primo a presentarsi era stato il cuoco francese, la sera del sabato precedente il giorno dell'incontro.

Era arrivato per tempo con un furgone dotato di refrigeratore e con tutto il materiale, vegetale e animale, che gli sarebbe servito per cucinare il giorno successivo questo oramai famoso Casoulet, che a furia di parlarne aveva suscitato una grande curiosità.

Si trattava di un ragazzone, figlio di emigranti piemontesi, che con simpatia e buona volontà biascicava un discreto italiano tale da farsi capire senza grandi problemi. Il giovanotto aveva creato intorno a sé un'immediata simpatia e le cameriere della pizzeria "al Vomero" gli sculettavano attorno lisciandosi la gonna sul sedere e slacciandosi qualche

bottone di troppo della camicetta.

Il Colombo aveva delegato il ricevimento del cuoco al suo vice, ma in tarda serata era stato raggiunto dal suo interprete di fiducia che lo relazionava di aver parlato con il suo collega francese, il quale gli aveva comunicato che la delegazione francese era già partita, avrebbe pernottato a Vado Ligure e prevedeva di essere a Piatuggio verso le 11 della mattina successiva.

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Pregavano, per favore, di fare trovare un posto libero per il "parcheggio del pullman": "Un pullman? Ma questa chi l'è una invasiun. I voeren la guèra!", disse il Colombo, che di francesi ne aspettava solo una diecina e voleva giocare la partita con il pubblico dalla sua. L'arrivo di un pullman intero rappresentava una sorpresa, che gli imponeva qualche cambio di strategia.


La mattina della domenica, puntuali quasi fossero svizzeri e non francesi, era comparso l'atteso pullman scortato da un paio di vigili che il sindaco aveva mandato a far da guida all'uscita dell'autostrada.

Il primo a scendere era stato il sindaco di Gigion sur Brol, un omino vispo e zampettante che si era fraternamente lanciato nelle braccia del suo omologo piatuggese, seguito dal presidente dell'Accademie du Casoulet, una montagna d'uomo preceduto da un imperioso naso rosso e un po' butterato, che sorridente e anche un po' sguaiato si girava attorno per individuare il suo corrispondente presidente da abbracciare. Il Colombo sembrava essere travolto dagli eventi, ma ancor più era stato travolto da quei 150 chili d'uomo del quale non riusciva più a liberarsene.

L'Accademie aveva dimostrato subito di essere un gruppo abituato a quel genere di trasferte e aperto il bagagliaio del pullman i francesi avevano cominciato a sbarcare stendardi, scatole di omaggi vari e due botticelle evidentemente di vino delle loro parti.

Ma il colpo al fegato del Colombo era arrivato quando sei suonatori, nel loro costume locale, avevano imbracciato i loro strumenti e avevano suonato in sequenza l'Inno di Mameli e la Marsigliese.

Il Colombo aveva ascoltato impettito, interpretando il ruolo, ma in effetti era pietrificato dall'incazzatura e cercando con gli occhi il suo vice lo aveva incenerito con una frase:

"Fà un quai cos, pirla!"

E il vice, per risolvere velocemente la situazione, aveva deciso di rispondere in musica e per procurare dei suonatori nostrani da contrapporre ai francesi si era rivolto al Mimmo, il pizzaiolo proprietario del locale, il quale aveva detto di avere un'idea e che ci avrebbe pensato lui.

Nel frattempo fra baci ed abbracci, installazione delle botticelle, primi brindisi, era stato confermato il programma della giornata.

Intervento ufficiale dei due sindaci, degustazione della Caseula e del Casoulet, discorsi ufficiali dei due presidenti, sottoscrizione del documento di gemellaggio fra le due Accademie, discorso finale dei due sindaci che avrebbero preannunciato l'ipotesi di gemellaggio fra le due città.

A quel punto i francesi sarebbero ripartiti per il loro lungo viaggio di ritorno con la speranza che l'autista non avesse partecipato con troppo entusiasmo alla festa.

Per dovere di ospitalità aveva attaccato il suo pistolotto il sindaco di Gigion sur Brol e alla fine l'orchestrina aveva nuovamente attaccato la Marsigliese. Fu poi il momento dell'intervento, per la verità misurato e senza politica di mezzo, del sindaco di Piatuggio. Alla fine del discorso, anticipando l'intervento dell'orchestrina francese che si accingeva a suonare il nostro inno, il vice aveva dato il là al corpo musicale procurato dal Mimmo, che risultava composto da tre personaggi muniti di mandolino che erano partiti ad intonare a squarciagola: "O sole mio", molto presi da questo ruolo nazionalistico che era capitato loro fra capo e collo.

Il Colombo non riusciva più a contenere l'incazzatura: "Ma te par, sem chi in Briansa a mangià la caseula e quel pirla al ma fa sunà, come inno nazionale, la cansun di terun. Mi al mazi, mi al mazi!", ed era evidente che la sua attenzione in quel momento era tutta per il suo vice.

Per non parlare del sindaco leghista che era più verde per la rabbia, fuori, che per le sue convinzioni politiche, dentro.

cuochi, che avevano trovato fortunatamente una buona sintonia, avevano già fatto capolino dalla cucina, segno che il loro lavoro era ultimato e che ora toccava alle mascelle dei presenti che, a quanto si poteva percepire dall'allegria delle voci, non si sarebbero certo tirati indietro.

Colombo, nervoso per l'andamento che la cosa stava prendendo, intravvedeva l'ombra di una sconfitta e aveva già cominciato a piantare una delle sue solite grane: "Prima el noster e dopo el lor?", chiese riferendosi all'ordine in cui i piatti sarebbero stati serviti.

Con prontezza e lungimiranza il sindaco aveva estratto da tasca una moneta, che abilmente manovrata aveva decretato che prima sarebbe stata servita la caseula e poi il casoulet, proprio l'ordine che il Colombo desiderava.

Bisogna ammettere che "la politica" aveva evitato un increscioso incidente internazionale.

Ma il Colombo era evidentemente troppo teso e quando era in quelle condizioni prima o poi il suo sbocco lo doveva trovare. Molti dei presenti lo sapevano ed erano quindi in stato di allarme.

La degustazione era iniziata mentre avveniva il cambio della botticella, avendo la prima tirato le cuoia. Le voci erano alte, gli spiriti allegri e la differenza della lingua cominciava a farsi sentire anche perché lo spirito intuitivo dei primi momenti si era notevolmente intorpidito con l'incalzare delle libagioni. Si poteva chiaramente notare che i piatuggesi avevano attaccato alla grande la caseula con grandi complimenti al cuoco e avevano poi assaggiato, con spirito di compiacenza, il casoulet degli "avversari"; di contro i francesi avevano becchettato la caseula in trepidante attesa di strafogarsi di casoulet.

Dopo un paio d'ore pochi erano coloro che mantenevano un contegno appena appena decoroso; cibo e libagioni avevano notevolmente acceso sia le facce che gli animi, mentre gli orchestrali, che all'inizio avevano cercato di trovare anche tra loro uno spirito di gemellaggio, avevano ben presto cominciato a strascicare le note e ad andare ognuno per i fatti propri, con il Colombo che sotto sotto incitava i tre mandolinisti a sparare taratelle a più non posso.

In questo clima, a dir poco confusionario, dopo un paio d'ore si era arrivati al clou della manifestazione che prevedeva dei brevi discorsi dei presidenti che, per accordi "diplomatici" fra le parti, dovevano mirare unicamente ad arrivare alla firma del documento inneggiando alla fratellanza fra i popoli italiano e francese, alla comunione di intenti fra le due Accademie e perché no, anche per far dispetto al sindaco leghista, all'Europa unita. Nessun riferimento ai cibi per i quali, si era già visto nel corso del banchetto, ognuno manteneva i propri convincimenti.

due presidenti, con a fianco i relativi interpreti, si erano avvicinati al microfono e il Colombo, cercando di sedare il forte brusio dei presenti che già si stavano scannando su caseula e casoulet, aveva iniziato un discorso apparentemente molto formale e istituzionale, ma che sotto sotto denunciava una sua tensione non sfogata.

E così, dopo un paio di frasi di circostanza, aveva rotto tutti gli argini ringraziando i due cuochi, ma soprattutto il francese, che aveva dimostrato una gran capacità nel "cercare di far andare d'accordo i fagioli con il pollo e lo stinco, che fra loro hanno poco da spartire".

"Bravo anche il nostro Luigi, che ci ha deliziato con le verze croccanti e con delle costine tenerissime. Il Luigi merita un premio e noi gli pagheremo un viaggio a Gigion sur Brol, così potrà insegnare al suo collega e amico francese la ricetta della nostra caseula".

Man mano che l'interprete gli traduceva il discorso il presidente francese diventava ancor più rosso di quello che già era e ad un certo punto aveva strappato il microfono al Colombo e incominciato a sproloquiare, ovviamente nella sua lingua, cosa che aveva reso necessario l'intervento dell'interprete italiano che cercava di rendere meno dure le parole di "monsieur". Parole che suonavano pressappoco così: "Caro presidente Colombò, se vogliamo proprio andare a fondo i vostri salamini non hanno nulla a che vedere con la nostra salsiccia di Tolosa, per non parlare delle verze, che noi diamo ai maiali".

"Tuca nò i "verz" e i verzit", sparò fuori il Colombo ormai con la bava alla bocca.

"E poi, caro presidente Colombò, il nostro casoulet nasce nella nostra terra non come la vostra caseula, che è un piatto austriaco e che non avete nemmeno saputo imitare bene. Il nostro casoulet è un piatto che viene dai Galli che, se si ricorda bene, ai vostri romani fecero passare la voglia di fare i padroni in casa degli altri".

Oramai alla discussione partecipavano tutti e più che un brusio era un baccano, con quelli più acculturati che cercavano di spiegare agli altri questa storia dei Galli e dei Romani e alla fine erano riusciti a far capire la situazione solo facendo riferimento ad Asterix e Obelix.

Il Luoni a quel punto aveva pensato che sarebbe stato patriottico intervenire e dal fondo della sala aveva urlato: "Ti uì, monsieur, lasa stà chi stupidad lì se no mi ta rigordi quella storia del Materassi e del Zinedin, Zinendin Zidane. Te se ricordet quand ve l'avem mettu in del.".

L'espressione era stata pesante; ma quando la Patria chiama. Il Colombo, ridendo sotto i baffi, non parlava più; a suo modo di vedere aveva tramutato una probabile disfatta in un successo.

Il sindaco di Piatuggio, con il Busacca, cercavano di ricondurre la situazione nella normalità, mentre il sindaco francese aveva già preso posto sul pullman denunciando una certa pesantezza di stomaco.

musicanti avevano già caricato gli strumenti e altri le botticelle oramai vuote.

presidente di Gigion urlava come un matto senza che nessuno più riuscisse né a tradurre né a capire cosa stesse dicendo e infilandosi a sua volta sul pullman non smetteva di imprecare, rivolto al Colombo, agitando nell'aria il suo dito medio.

"Ti uì Colombo, a mi ma par che al tà mandà a dà via." "Oh, cum el me dispias!", aveva ironicamente risposto sorridendo il Colombo

Oramai il bordello era generale, il Colombo aveva ritrovato la sua serenità e il pullman si allontanava, alla faccia di documenti da firmare e gemellaggi da celebrare.

Nemmeno i vigili avevano più scortato il bus francese, che pare abbia girato tutta la Brianza prima di riuscire a trovare un ingresso dell'autostrada.

Il Sindaco era totalmente depresso vedendo questo insuccesso molto pericoloso per il rinnovo del suo mandato e il Colombo, con fare ironico e con falso intendimento consolatorio lo aveva avvicinato: "Eh, signor sindaco, avete proprio ragione Lei e il Bossi: c'è ancora molta strada prima di fare l'Europa!". Ed era stato raggiunto da una scarpa; quella del Busacca che non l'aveva più saputa trattenere sui suoi piedi.


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