IL GIUGIU’ cap. 7°

29.02.2020

Di lui ne abbiamo già parlato quale attento manutentore della chioma del Robby.

Per l'anagrafe è Giulio Giunchetti, figlio di una sarta e di un tranviere che all'alba partiva per Milano e sulla linea "45 barrata rosso" faceva tutto il giorno avanti e indietro da piazza Cordusio all'Ortica, orgoglioso del suo mestiere e così fiero della sua divisa che qualsiasi "fighetto" pilota dell'Alitalia gli faceva un baffo.

E di baffi ne possedeva un bel paio quell'omaccione serio e imponente, ma con un grande cuore e uno smisurato amore per quell'unico figlio che aveva scelto di fare il parrucchiere, professione che lui riteneva un po' poco virile per come aveva immaginato potesse essere la vita del suo Giulio.


Dopo una tenue resistenza aveva accondisceso alle richieste del ragazzo e per tre anni, con notevoli sacrifici, lo aveva mandato a scuola dal Biagetti di Monza, uno che andava per la maggiore perché si diceva facesse la "messimpiega" alle dive; anche se i soliti maliziosi dicevano che la "messa in piega" se la faceva fare lui da qualche attore di successo e di dubbie inclinazioni!

Dopo la scuola e qualche anno di praticantato il Giulio aveva potuto esaudire il suo sogno: aprire un suo negozio, anzi, come allora si diceva, un suo "Salone di bellezza".

Tutto avveniva mentre il tranviere, oramai pensionato, osservava l'evolversi delle cose con apprensione e con un dubbio che non si era mai scrollato di dosso e che era stata solo blandamente attenuato dal fatto che il Giulio, per un paio di mesi, si era accompagnato con una collega, la quale però era presto sparita dalla scena.

"Bruttina, ma almeno era una donna", aveva argomentato il tranviere discutendo con la moglie, sempre di più preoccupato che il suo Giulio un giorno si rivelasse, come lui diceva, "una sorella".

Ma il peggio per lui doveva ancora venire ed era arrivato proprio il giorno che invece doveva essere una festa per tutta la famiglia: l'inaugurazione del nuovo Salone.

Quella mattina si era vestito come per le grandi occasioni, aveva preso sottobraccio la consorte e così allacciati avevano disceso i vicoli e le strette vie che portavano alla piazza principale, angolo via Matteotti, dove il Salone aveva trovata la sua sede prestigiosa, nello spazio che per anni immemorabili era stato il negozio del Bossi, mitico droghiere con grembiule nero e manichette salva gomiti, che ora invecchiava tristemente, straparlando, nella casa di riposo per anziani della cittadina.

Mentre procedevano a braccetto pensavano che anche per loro quel giorno sarebbe stato un giorno di gloria e si guardavano attorno alla ricerca di qualche sorriso di assenso e di complimento. Ma quel sorriso non era mai venuto da nessuno di quelle persone così indaffarate e così distratte da non capire quanto bene avrebbero potuto fare a quella coppia, oramai prosciugata dal tanto lavoro di una vita vissuta con l'unico obbiettivo di dare un ruolo e un prestigio al proprio figliolo.

Terminato il non breve percorso di avvicinamento e appena sbucato sulla piazza principale, il Tranviere si era trovato di fronte il Salone e la sua nuova e variopinta insegna.

"Da Giugiù-Coiffeur pour homme et femme".

Era stato come aver ricevuto un pugno nello stomaco: il nome d'arte scelto dal figlio, quella promiscuità di maschi e femmine, la presenza sculettante di un po' di amici e colleghi venuti da fuori per l'occasione, tutto questo clima pieno di balocchi e profumi lo avevano messo in gran confusione, tra l'umiliato e l'arrabbiato. Lui aveva pensato a qualcosa di simile al "barbiere" del Dopolavoro Tranvieri, dove andavano e venivano maschi ben definiti, dove il rumore di fondo era lo scrocchiare di ispide barbe alle prese con robusti rasoi e dove il "profumo" imperante era quello del sudore ascellare, che parlava di lavoro e di fatica.

Si era trovato invece in un ambiente più simile a quello di una classica "pettinatrice", luogo dove gli uomini della sua generazione non sarebbero mai entrati per vergogna e per timore di essere fraintesi.

Se ne era ritornato mestamente a casa e si era fatto sempre più silenzioso e solitario. I capelli aveva continuato ad andarseli a fare al Dopolavoro Tranvieri, dove il massimo delle concessioni era un po' di borotalco sul "copino" per togliere l'irritazione lasciata da un nerboruto rasoio.

Il Giugiù aveva iniziato la propria attività con grande entusiasmo e non aveva certo faticato a sollevare la curiosità dei possibili clienti, anche in virtù del fatto che le sue precedenti esperienze metropolitane gli consentivano di vantare promesse di grandi novità nei tagli e nelle acconciature. Il momento era economicamente favorevole e si andava affermando la tendenza, che poi negli anni si sarebbe oltremodo sviluppata, di dedicare molta più attenzione alla cura della propria persona, alla ricerca di un avvicinamento a quegli stereotipi che la stampa, ma soprattutto le televisioni commerciali di un tale Berlusconi, andavano imponendo. Ed era un momento doppiamente fortunato per il Giugiù, perché anche nel settore maschile si andavano affermando creme, cremine, teste ricce, permanenti e tinture che provassero a mascherare l'incalzare degli anni.

Come si è già detto anche il Robby era diventato uno dei più assidui frequentatori del salone, preoccupato com'era delle sorti dei suoi capelli, che affidava con fiducia, uno per uno, alle cure e alle attenzioni di quel sapiente Figaro brianzolo. Così come il Salone aveva intimorito e in un certo senso respinto il Tranviere, ugualmente era accaduto rispetto a una certa categoria di clientela che il Giugiù definiva "bassa" e ciò lo aveva abbastanza rapidamente aiutato ad affermare il suo locale fra quella classe borghese fatta prevalentemente di arricchiti, che rappresentava il suo target commerciale.

Non si può certo dire che il Giugiù, con la sua iniziativa bisex, non avesse creato invidie sia da parte dei barbieri che delle parrucchiere e le argomentazioni erano le solite che in ogni settore commerciale si utilizzano per difendersi dai concorrenti pericolosi. Nel caso specifico si andava dalla presunta esosità del Giugiù, alla promiscuità definita imbarazzante, per finire a velati e mai confermati sottintesi sulle presunte "stranezze" negli orientamenti sessuali del titolare. Ma l'attacco più importante il Giugiù lo aveva subito una mattina quando, arrivando davanti al suo salone, si era trovato sull'insegna, della quale andava tanto fiero, una scritta in vernice nera che correggeva l'originale "Da Giugiù" in un più volgare "Da Smargaia".

Comprendiamo che l'argomento non è certo molto fine, ma siamo costretti a fornire l'etimologia del termine usato, anche perché, in caso contrario, non sapremmo come continuare il nostro racconto.


"Smargaia", nel dialetto locale, sta per "sputo", anzi, per la precisione sta per il colloso prodotto di quel rumoroso atto liberatorio tipico degli incalliti fumatori al fine di sgomberare le loro catarrose "canne fumarie".

Smargaia era il soprannome a suo tempo affibbiato al nonno paterno di Giugiù, un omone baffuto che di mestiere faceva la guardia notturna, professione oggi espletata sicuramente in maniera diversa rispetto a una volta, in virtù delle possibilità tecnologiche attuali.

Per chi se lo fosse scordato la guardia notturna entrava in servizio verso le dieci di sera.

Dotato di bicicletta, di mantellina impermeabile e di una pila, effettuava fino all'alba dei giri prefissati, andando a controllare che il sonno dei cittadini fosse tranquillo e in particolare che alcune situazioni critiche (come negozi, laboratori, stabilimenti) non fossero oggetto di visita indesiderata da parte di qualche ladruncolo.

Per asseverare la sua regolare visitazione il metodo in uso era, nei casi più evoluti, quello di effettuare con un chiodo un foro su un orologio di carta che, girando, si proponeva attraverso una fessura alle varie ore della notte e, nei casi in cui mancasse tale marchingegno, con l'apposizione su porte e cancelli di piccoli fogli, della dimensione di poco più di un francobollo, a testimonianza di un avvenuto passaggio di controllo.

Il nonno di Giugiù, per appiccicare in bella evidenza i francobolli che testimoniavano il suo scrupoloso impegno, non aveva trovato soluzione migliore che lanciare, su porte e cancelli, potenti sputacchi che fungevano da collante, a suo parere molto affidabile. Da qui il suo soprannome di Smargaia, che negli anni era diventato il non qualificante soprannome di famiglia e che il Giugiù aveva cercato in tutti i modi di far dimenticare. In questa circostanza invece, qualcuno lo aveva rispolverato e il Giugiù era rimasto particolarmente toccato e offeso, cogliendo i sarcastici risolini di chi assisteva da lontano alle conseguenti operazioni di pulizia e ripristino dell'insegna originale.

Il nonno materno di Giugiù era invece il "Badala", un intraprendente commerciante che nel primissimo dopoguerra, quando ricominciavano a essere disponibili merci e cose utili alle massaie per le loro faccende domestiche, aveva inventato la prima forma di supermarket ambulante.

Settimanalmente si presentava nelle varie zone di quei paesi brianzoli alla guida di un carro trainato da un vecchio cavallo che, proprio per la sua anzianità e magrezza, l'aveva scampata durante la guerra dall'essere tramutato in bistecche e salamini.

Dopo cinque anni di guerra durante i quali mancava di tutto, il carro forniva alle massaie tutto quanto loro potessero sognare per avere una vita domestica più facile: scope, liscivia (l'antenata dei moderni sbiancanti), i primi secchi di plastica, candeggina (travasata da una damigiana sempre in procinto di sfasciarsi), cera da pavimento venduta a peso e quant'altro si potesse desiderare.

Non esistevano allora le forche caudine dello scontrino di cassa e il Badala faceva credito, barattava e si creava motivi di riconoscenza da parte delle tante vedove di guerra di quel momento.


Lui si teneva aggiornato perché il suo mestiere lo sapeva fare e mano a mano che la vita del dopoguerra si rimetteva in movimento lui non mancava di portare alle sue clienti l'offerta di nuovi prodotti, che lanciava sul mercato applicando al tendone di copertura del proprio carro allettanti cartelli che reclamizzavano fantastiche e accattivanti offerte: calze di nailon, maglieria all'ultima moda, reggipetti di tutte le misure e via dicendo.

Ma l'apice del suo successo l'aveva raggiunto quando era arrivato sul mercato un prodotto di una fantastica praticità, che lui aveva immediatamente promosso applicando sui due lati del carro altrettanti grandi manifesti con la scritta: "Collant di tutte le misure, con e senza ciaparola".

Che la "ciaparola" non fosse altro che una apertura anteriore che rendeva più pratico l'indossare quell'indumento per risolvere le normali necessità quotidiane era chiaro a tutti, ma a cosa invece alludesse con quel termine il furbo Badala alcuni più ingenui ci misero qualche tempo per scoprirlo.

Ma non l'altrettanto furbo don Celestino che, stimolato dalle sue scandalizzate Dame di San Vincenzo, aveva affrontato il Badala intimandogli di togliere dal carro quegli "scandalosi" cartelli. Richiesta sulla quale il Badala aveva prima nicchiato e poi ossequiosamente obbedito per non inimicarsi il prete e perché il clamore suscitato aveva già abbondantemente lanciato il suo prodotto.

Ogni tre per quattro, soprattutto nei periodi caldi, il Badala si dissetava con abbondanti sorsate di Rionero, vino nero come l'inchiostro, da un fiasco che portava appeso sotto il carro per difenderne una accettabile freschezza. A mezzogiorno, a giro ultimato, il fiasco era vuoto e il Badala era oramai "fatto". Così si portava verso la campagna sdraiandosi sotto il carretto per ripararsi dal sole e sprofondando, in virtù dei poteri rilassanti del Rionero, in un rumoroso sonno ristoratore. I risvegli erano sempre molto confusi e complicati e proprio in una di queste occasioni il Badala ci aveva lasciato le penne.

Un farfugliato comando, mal interpretato dal suo ronzino, aveva fatto partire il cavallo e il Badala, che stentava nel suo risveglio, era finito schiacciato sotto le ruote del suo carro.

Nessuno aveva mai più sostituito il Badala, così come i protagonisti di lavori oramai spariti, ma allora indispensabili: il "molitta", che con la sua bicicletta, convertibile in mola a pedali, affilava coltelli e forbici allo stremo della loro consistenza; il "paiè", l' impagliatore,che rappresentava una versione specialistica del "cadregat" e che rifaceva in loco la seduta di paglia di zoppicanti sedie, l'"ombrelat", che teneva in vita come reliquie ombrelli, che oggi vengono gettati al primo incaglio. Tutti lavori uccisi irrimediabilmente dalla società dei consumi che allora si stava imponendo.

Ma torniamo al Giugiù e alla sua attività, che al di là degli intoppi iniziali si era ben sviluppata e il locale aveva una certa eleganza che, insieme all'innegabile capacità del titolare, fungeva da richiamo per la bella società di quella rampante cittadina.

Senza che nessuno lo avesse determinato le ore del mattino erano prevalentemente dedicate alle signore, quelle del pomeriggio inoltrato agli affaccendati signori e le ore intermedie a una sovrapposizione dei generi che non dava molto nell'occhio, ma che aveva assunto una sua funzione sociale: quella di consentire incontri preliminari e di conoscenza in quella fase di approccio nella quale le persone di sesso diverso, spesso reciprocamente attratte, non si sentono ancora di assumere più impegnative iniziative. E di questo periodo intermedio della giornata il Giugiù era diventato ben presto il Gran Sacerdote, gestendo con sapienza la sovrapposizione degli appuntamenti laddove la sua sensibilità percepiva che fra due persone ci fosse l'interesse a incontrarsi. La sua era una dote un po' femminile fatta di curiosità, percezione nel cogliere gli sguardi e anche spirito creativo laddove riteneva che fosse necessaria una spinta o un incoraggiamento.

La situazione non poteva sfuggire alla signora Galli, che cominciò a frequentare il Salone con un'assiduità fuori dell'ordinario, lei abituata a farsi i bigodini in casa. Reiterati erano stati i suoi tentativi di entrare con il Giugiù in discorsi pettegoli e se al caso anche pruriginosi, senza però trovare molta accondiscendenza da parte del Maestro, che non intendeva diventar socio con nessuno in questa sua nuova funzione di delicato chaperon. Ed era stato così che la Galli, capita l'antifona, aveva alzato i tacchi, ricominciato a farsi i bigodini e rivolto le sue attenzioni altrove, conscia comunque che in paese era arrivata per lei una concorrenza molto pericolosa.

Non diverso era stato l'atteggiamento del maresciallo Capuzzo e di don Celestino, che ai nostri giorni sarebbero stati definiti il Grande Fratello della cittadina. Entrambi, con voli concentrici, volteggiavano attorno al Salone, certi che là dentro avrebbero potuto trovare molta "ciccia" per soddisfare la loro insaziabile curiosità intorno a fatti che, con diverse motivazioni, ritenevano rientranti nella loro giurisdizione.

Il Maresciallo non si era mai così spesso spuntato i brizzolati baffetti e il Giugiù, che fesso non era, gli trovava rapidamente una sedia vuota appena lo vedeva spuntare nel Salone onde consentirgli una altrettanto rapida uscita, in modo da imbarazzare il meno possibile qualche suo buon cliente che, in quel periodo di boom economico dimostrava di avere le tasche ben fornite ma che, per qualche ragione, alla vista del maresciallo tendeva a nascondersi sotto la mantiglia o dietro alla Gazzetta dello sport, con la lettura della quale si aggiornava sugli ultimi capitoli dell'infinita storia fra Rivera e Mazzola.

Diverso era per don Celestino che, dotato della innata furbizia clericale, privilegiava visite nelle ore del pomeriggio, quando sicuramente riteneva che le presenze fossero più interessanti per i suoi affari.

Più che vere e proprie visite erano saluti, distribuiti con un ampio semicerchio del suo braccio stando sulla porta del salone, accompagnati da rapidi e saettanti sguardi circolari tesi a fotografare persone e cose presenti. Incursioni che si concludevano con la raccomandazione a Giugiù di mettere a disposizione dei suoi clienti solo "buona stampa".

Don Celestino aveva certamente saputo da qualche suo informatore, che erano a disposizione delle signore delle riviste che lui riteneva al limite, come Bolero e Grand Hotel, ma soprattutto che ai signori veniva consentita la lettura, si fa per dire, di un "giornalaccio" che in quel momento andava per la maggiore: Stop.

Su Stop imperava la prorompente bellezza di Silvana Pampanini e di altre star del momento e per la prima volta non si lesinavano guêpier, cosce, seni e deretani, che allora creavano pruriginoso scalpore, ma che visti oggi farebbero sorridere di tenerezza.

Per la testa di don Celestino, Stop era sempre stato un vero trapano, perché evidentemente rappresentava la testimonianza di un cambiamento nei costumi che il prete di paese e la chiesa in generale non erano ancora pronti ad accettare.

Agli inizi degli anni Settanta si verificò un episodio, di livello nazionale, che segnò un po' il superamento della barriera morale corrente anche se nei suoi contenuti aveva tutte le caratteristiche della goliardia.

In quegli anni aveva assunto grande notorietà, al punto di essere considerata il simbolo sessuale nazionale, una prorompente ragazzotta parmigiana che di nome faceva Tamara Baroni.

La Tamara era artisticamente poco rilevante, fisicamente molto eccitante, sposata e madre in giovane età, amante di un noto industriale parmense, accusata di aver tentato di uccidere la moglie del suddetto, prosciolta e altro ancora. La giovane aveva tutti gli ingredienti per essere "bella e dannata" ed eccitare le fantasie erotiche di una generazione maschile che oramai non ce la faceva più.

Quel giocherellone del settimanale Stop, un lunedì mattina, era uscito con una piccola busta di plastica trasparente allegata, che portava la scritta "peli di Tamara Baroni" e conteneva qualche ricciolo di materiale non precisato, ma sicuramente plastico.

La tiratura del giornale era balzata da quarantamila a trecentomila copie e lo scherzo era più che evidente dato che trecentomila di quei pur piccoli riccioli potevano far ipotizzare che Tamara non fosse quella eccitante fanciulla che le foto mostravano, ma una orribile gigantessa, molto più simile a una pelosissima pecora che a una donna.

Malgrado l'evidenza dello scherzo molti non rinunciarono all'acquisto e in tutta Italia si scatenò una divisione tra chi se la rideva a crepapelle e chi urlava allo scandalo.

Fra questi ultimi naturalmente don Celestino, che per prima cosa tentò il sequestro dal Giugiù, essendo certo della presenza dell'oggetto incriminato; respinto la prima volta si era rivolto al maresciallo Capuzzo il quale, ben sapendo di non aver argomenti per agire, aveva fatto comunque la faccia burbera con il Giugiù con il semplice obiettivo di soddisfare la sua forte curiosità e dare una sbirciatina al giornale, lasciando poi le cose come stavano.

Era seguito qualche giorno di agitazione, di novene da suor Matilde e poi tutto era finito, come logico, nel nulla.

Don Celestino però diventava particolarmente attento al problema all'approssimarsi del Natale, momento nel quale era costume che parrucchieri (e non solo) distribuissero alla loro spettabile clientela maschile colorati e profumati calendarietti, sul contenuto dei quali il reverendo ambiva avere il controllo.

Don Celestino sapeva che a fianco di quelli ufficiali, che raffiguravano scene prevalentemente relative alle grandi opere liriche, esisteva una distribuzione collaterale con disegni di quelle che oggi si chiamano pin-up e che rappresentavano una piccante, seppur ingenua, sollecitazione della struttura ormonale maschile.


Don Celestino aveva provato a proporre ai parrucchieri della zona un catalogo delle Edizioni Paoline con calendari da omaggiare ai clienti in occasione delle feste natalizie e raffiguranti la vita dei santi. Al di là di qualche bigotto barbitonsore aveva però ottenuto uno scarso successo e in particolare da Giugiù aveva incassato un diniego che lo aveva profondamente ferito.

Per tale ragione il reverendo era sul pezzo e seguiva con attenzione la questione, parlandone anche con il maresciallo, ignaro che lo stesso era fra i più golosi fruitori di quegli oggetti di pruriginoso interesse.

Don Celestino teneva d'occhio il Giugiù anche per quanto riguardava la possibilità che divenisse un frequentatore dell'odiato American bar, ma non aveva mai avuta la soddisfazione che qualcuno dei numerosi spioni, da lui regolarmente sguinzagliati, trovasse tracce in proposito.

Non sapeva, il poveretto, che il Giugiù stesso detestava quel locale, che a suo dire radunava gentaglia con poco stile e raffinatezza a scapito della grazia e della riservatezza che lui aveva sempre adottato su un argomento così scabroso.

E così l'avventura del Giugiù come imprenditore si era avviata; il suo Salone sarebbe divenuto un punto fermo della vita della cittadina e per molti anni ancora avrebbe rappresentato il teatro sulla cui scena si sarebbero svolte, sotto la regia del suo proprietario, molte delle storie umane più interessanti che avrebbero caratterizzato la vita di Piatuggio.


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