LA DORIS cap. 5°
LA DORIS
La Doris ti colpisce per i suoi capelli biondi e lisci e per i due occhi così chiari che in certi giorni sono talmente trasparenti da crearti la curiosità di vedere cosa c'è oltre. Ma lei fredda, superiore e regale oltre non ti fa guardare e ti stampa in faccia uno dei suoi sorrisi di circostanza che creano immediatamente un distacco fra lei e chi le sta davanti.
la/Verte
Longilinea ed elegante dà sempre l'impressione di essere in quel posto perché costretta, pur sentendosi destinata a ben altri ambienti e a ben altre frequentazioni. E il suo modo di partecipare ha più che altro la parvenza di una concessione. Insomma, come molti sussurrano tra i denti, la Doris è una" vera stronza".

La Doris ne ha sentite di tutti i colori fin da ragazza, soprattutto da parte dei molti coetanei, che attirati dalla sua eterea bellezza, ma intimoriti dalla sua algidità, non mancavano di indirizzarle tutti i luoghi comuni che, in quell'epoca di evoluzione sessuale incalzante, venivano rivolti a quelle fanciulle che mostravano, almeno all'apparenza , di non voler saltare il fosso che le divideva dal "branco", a causa di una educazione piuttosto restrittiva e di un contesto familiare borghese che, proprio in quel momento, cominciava ad assumere la denominazione di "ceto-medio". La virtù di una figlia, infatti, era la miglior ipotesi di investimento che l'intero complesso familiare potesse fare. In un periodo di boom economico come era quello di allora, un buon matrimonio di una figlia, per raggiungere il quale l'illibatezza veniva considerata una condizione assoluta, era quanto di meglio ci si potesse aspettare per dare il via alla scalata delle fasce sociali superiori, il cui peso specifico era scandito unicamente dalla capacità economica dei protagonisti.
E mentre il matrimonio di un figlio maschio con una fanciulla proveniente da una famiglia danarosa veniva sempre visto con molta diffidenza e il protagonista non poteva ambire ad altro che al titolo di miglior "lanciatore di cappello", quello di una figlia che si maritava a un benestante veniva vissuto come un grande successo familiare.
giovanotti, che da quella rivoluzione sessuale in atto pensavano di poter trarre i maggiori benefici in grado di acquietare le turbolenze delle loro braghe, cercavano di sminuire la frustrazione dei loro insuccessi con le ragazze come la Doris dispensando i soliti sferzanti giudizi sulle "figlie di Maria che son le prime...", sulle "facce smorte..." e via discorrendo. Lasciamo che i puntini di buona creanza più che di sospensione siano riempiti dai nostri lettori, che di tali luoghi comuni ne avranno a loro volta fatto un abbondante uso.
In effetti la Doris, ben pilotata da una madre attenta e navigata, aveva affrontato la sua prima giovinezza senza compiere passi falsi anche se la voglia di far svolazzare un po' la sottana spesso turbava le sue notti soprattutto quando, durante le lezioni scolastiche, ascoltava i racconti delle coetanee meno blindate di lei e che nel frattempo affrontavano coraggiosamente le loro prime battaglie amorose con una voglia, sempre più crescente, di tramutare la lotta in una resa.
Quando i racconti si facevano caldi la Doris simulava disinteresse all'argomento e voltando la testa dall'altra parte era però sempre attenta a restare nel raggio uditivo necessario a non perdere ogni battuta che potesse illuminarla su ciò che avveniva in quel mondo che per molto tempo ancora (lo diceva mammà!) lei non avrebbe dovuto conoscere ma che in effetti la incuriosiva molto per quel frullare di gonne, mutandine e reggiseni che le pareva di cogliere nei racconti delle coetanee. Non parliamo poi dei veri turbamenti del lunedì, giornata nella quale il resoconto delle varie festicciole domenicali toccavano punti di interesse che si avvicinavano all'eccitazione. La Doris restava regolarmente fuori dal giro, un po' perché nel frattempo le compagnie si formavano senza la sua presenza ed un po' per quel suo fare altezzoso, non gradito alle femmine, ma nemmeno ai maschi perché "quella lì che ce l'ha di legno" rischiava di rovinare la festa. Lei del resto poteva accettare solo quegli inviti che sua madre autorizzava, dopo una attenta analisi della situazione.
La madre della Doris era una mora, prosperosa, dichiaratamente innamorata di Casa Savoia, tanto che aveva persino cercato di fare fortuna politica come capo del Partito Monarchico di Piatuggio fortuna mai realizzata soprattutto per la sua innata puzza sotto il naso che presto l'aveva fatta restare un generale senza soldati. Per questa sua dichiarata simpatia politica e per una monumentale acconciatura piramidale, molto somigliante a un nido di api, aveva conquistato il soprannome di "Pantheon".
Per la signora in questione era prioritario il censo di chi organizzava una festa e a seguire passava al microscopio il preciso elenco dei partecipanti al fine di calibrare il potenziale in campo e valutare il tutto in base al progetto finale che aveva in mente per la figlia.

Mcimmas Pantheon/
Era matematico che, quando partecipava a queste feste ingessate e certificate dalla madre, la Doris si trovasse ben presto a desiderare qualcosa di diverso, qualcosa che si avvicinasse un po' di più' a quello che aveva colto dai racconti delle amiche, le quali parlavano di luci spente, di "solidi" incontri ravvicinati a livello del bacino e di contatti tattili che, a quanto recepiva, creavano dei tumulti ormonali e delle umide reazioni in coloro che vi partecipavano.
Come è naturale in tali situazioni la Doris faceva coppia con un'amica, la Giovanna, bruttina al punto giusto per fungere da gregaria senza tema di sgradite interferenze. Ma la cosa non era durata molto perché la Giovanna, bruttina ma non scema, aveva capito che con quell'andazzo non avrebbe battuto chiodo e si era infilata nella compagnia di un cugino elettricista; una combriccola non certamente considerata all'altezza da mamma Pantheon, ma piena di allegroni un po' rozzi e molto "sani".
E la Giovanna era rifiorita, aveva risolto il problema dei brufoli, aumentato di una misura il reggiseno e acquistato in simpatia e cordialità al punto da farla sembrare anche più carina. La Doris, seppur amareggiata dal tradimento dell'amica, aveva cominciato a capire qualche cosa di più' della vita, ma l'incombente presenza di mamma Pantheon non le permetteva ancora di prendere iniziative che le chiarissero definitivamente le idee.
Ancor più le idee le si erano confuse quando, per ovviare alla seccatura di un fiorire di brufoli che le deturpavano il grazioso faccino, il dottor Tibiletti, allora emergente ginecologo della buona società, le aveva consigliato di assumere la famigerata "pillola", per riequilibrare alcuni scompensi ormonali così naturali a quell'età.
Se a mamma Pantheon avessero rifilato una coltellata al fegato probabilmente le avrebbero fatto un minor male, ma dopo aver tentato di risolvere il problema con creme miracolose acquistate in Svizzera aveva dovuto alzare bandiera bianca, preoccupandosi di convincere la figlia che quella pastiglia doveva essere considerata una "cura" e non certo la famigerata " pillola", pregandola di tenere la cosa molto riservata, quasi si trattasse di una vergogna di famiglia in grado di scardinare tutti i suoi progetti.
Le altre compagne di scuola non avevano faticato un granché a capire perché suor Matilde le aveva sottoposte a ripetute novene, giustificate con il fatto che bisognava scongiurare una grave malattia nella quale era incorsa una delle loro compagne, il cui nome veniva rigorosamente tenuto riservato. Ma alla Doris, malgrado il tambureggiante assillo della madre, poco importava la faccenda dei brufoli, ma molto di più cominciavano a interessarle certe prospettive che la peccaminosa "pillola" prometteva di metterle a disposizione, in un tempo anche più prossimo di quello di tutte le sue intraprendenti amiche.
Immediatamente era cambiato anche l'atteggiamento dei coetanei. Le femmine la consideravano una fortunata da invidiare, in grado di trasferire loro esperienze e informazioni; i maschi, invece, un oggetto di attenzione, capace di accendere ancor di più i loro sogni erotici in quanto "preda" di più semplice aggressione poiché, a loro avviso, priva di tutte quelle remore e paure che limitavano pesantemente i rapporti con le altre ragazze, disponibili ad un frustrante petting ma molto chiuse a difesa di certe pericolose barriere.
La Doris in questa situazione si sentiva ancor più in confusione, con il sentimento di chi, avendo in mano una Ferrari, fosse costretta ad andare a non più di 50 chilometri l'ora.
Fredda, algida ed altezzosa quanto si vuole cominciava pero a guardare con altro interesse anche il bel cugino elettricista della Giovanna e tutta una pletora di ragazzotti occhieggianti. La cosa non poteva certo sfuggire a mamma Pantheon, che era diventata sempre più attenta, assillante e restrittiva, causando un gran nervosismo in famiglia dove il papà, pure lui un po' succube della consorte, cercava delle timide mediazioni per convincere la moglie a lasciare le briglie della figlia un po' più morbide, memore dei suoi giorni giovanili quando il frutto più proibito diventava anche il più desiderato.
Poi un giorno erano arrivate le vacanze estive e mammà, che vedeva nella vicinanza delle effervescenti compagne di scuola il più grande pericolo per l'incolumità della figlia, aveva tirato un respiro di sollievo e non le era parso vero di mettere la Doris nelle mani della nonna paterna, che viveva oramai da anni ad Alassio, dove si era costruita una vita serena e intensa in virtù del suo carattere affabile e dei buoni mezzi economici che la buonanima del suo Giovanni le aveva garantito, lasciandola anzitempo sola ma, per la verità, non molto disperata.
Nonna Malù, cosi aveva aggraziato un più banale Maria Luisa che non aveva mai sopportato, si era immediatamente inserita nella vita sociale della cittadina ligure dove fra circolo del tennis, del bridge prima e del più moderno burraco poi, si era creata una buona fama di donna di mondo e conquistato un posto di prestigio nel consiglio direttivo dell'associazione e, come si sussurrava, anche nel cuore del suo stimato presidente: il notaio Lanzillotta.
Nonna Malù aveva immediatamente inserito la nipote nel contesto della sua vita che non aveva nessuna intenzione di mutare per la presenza della ragazza e soprattutto perché, per sua mentalità, aveva considerato assolutamente fuori dal tempo e dalla logica il decalogo delle cose da vietare alla nipote che le era stato fornito dalla nuora nella drastica forma di "tavole della legge". La Doris, accolta come si può accogliere in una città balneare una bella fanciulla nel pieno del suo sbocciare, si era immediatamente inserita nel gruppo dei molti giovani che, soprattutto intorno ai campi da tennis e alla spiaggia, vivevano allegramente le loro strepitose vacanze.
Esser attorniata da un nugolo di corteggiatori educati ma espliciti, faceva girare la testa alla Doris e la nonna, lungi dal soffocare le sue agitazioni, la spingeva a lasciar perdere la residua timidezza e a vivere serenamente il suo stato di giovane donna con tutti i diritti di sentirsi tale. In questo turbinio di sollecitazioni la Doris si rendeva conto che, con il passare dei giorni, la massa generica dei molti maschi corteggiatori nella sua testa si assottigliava, come se passasse attraverso un filtro che lasciava a galla solo coloro che le creavano un vero interesse.
E dopo aver filtrato per qualche giorno con grazia e malizia, la Doris si era accorta che quello rimasto nel setaccio dei suoi pensieri era l'Alberto: alto, moro e atletico. Quello che oggi si direbbe un figo.
L'Alberto, grande giocatore di tennis, amato dalle figlie e concupito dalle madri, una sera ballando aveva strizzato ben bene la già matura Doris, che aveva sentito un bollore nuovo invadere tutti i più segreti anfratti del suo corpo: e proprio l'Alberto era stato il suo primo ragazzo, al chiaro di luna e conlo sciacquio del mare in sottofondo.
L'Alberto, studente universitario torinese, era davvero un bravo ragazzo e accortosi dell'imperizia della Doris si era comportato con tutta la cautela e la delicatezza del caso, ma anche con idee ben chiare di cosa alla fine una ragazza desiderasse dal suo moroso.
E quell'estate è ricordata dalla Doris come la più bella da lei mai vissuta, perché aveva finalmente capito cosa significasse essere una donna, come si dovevano gestire i maschi e come si riusciva a gabbare una madre ossessiva, che probabilmente aveva passata la sua estate a far novene con suor Matilde, pregando ossessivamente per la salvaguardia della verginità della figlia, la quale, se avesse potuto parlare liberamente, le avrebbe spiegato che a far "pateravegloria" era oramai tutto tempo buttato via.
Sul finire dell'estate nel clan però era cominciato a serpeggiare un certo nervosismo che aveva coinvolto anche la solare nonna Malù, la quale era stata vista più volte parlottare con la nipote e con Alberto in maniera, se non concitata, certamente inusuale per quello che era il suo stile molto leggero di rapportarsi con il prossimo. Poi un giorno era arrivata mamma Pantheon, accompagnata da un marito che la seguiva carico di valige e con movenze più da cane bassotto che da rampante industrialotto brianzolo quale era. I toni di voce che filtravano dalle persiane semichiuse della casa di nonna Malù erano particolarmente alti, ma i discorsi poco comprensibili per le molte orecchie attente e curiose che fiutavano quel sentore di "ciccia" che avrebbe messo un po' di sale sulla fine di un'estate ormai stanca.
La domenica successiva erano comparsi anche i genitori di Alberto e allora il partito del "fidanzamento ufficiale" aveva preso corpo, anche se il comportamento del ragazzo lasciava pensare a tutto tranne il fatto che si fosse già deciso a mettere la testa a posto. Altre facili ipotesi erano qua e là spuntate, ma avevano faticato a radicarsi dato che era noto fra i ragazzi che la "milanese" era una ragazza molto emancipata e che, ovviamente per via dei suoi brufoli sempre pronti a colpire il suo bel faccino, assumeva, con grande invidia delle altre ragazze, la pillola quotidiana. Com'è e come non è, la famiglia, con in testa mamma Pantheon molto incazzata, aveva fatto i bagagli e messasi in macchina aveva diretto la prua verso casa dopo un freddo commiato con nonna Malù, la quale era parsa trarre un sospiro di sollievo quando aveva visto sempre più lontana la targa posteriore dell'auto del figlio.
La macchina poi, arrivata al bivio per Como, si era diretta con sicurezza verso la Svizzera e da lì si erano perse le tracce. La Doris, con la madre, era ricomparsa a Piatuggio dopo circa una settimana e dopo altri sette giorni, con un certo ritardo non passato inosservato, era rientrata a scuola, mentre anche fra le compagne, nuovamente costrette da suor Matilde a novene per un misterioso motivo, cominciavano a serpeggiare pettegolezzi che non si sarebbero placati che dopo qualche mese.
Non fu mai chiarito questo periodo piuttosto oscuro della vita di Doris se non che, per completezza di informazione, riportiamo che qualcuno ha affermato di aver colto un concitato colloquio di mamma Pantheon con il dottor Tibiletti, il quale, per qualche ragione non chiara, aveva tutta l'aria di scusarsi di fronte all'aggressività della signora. Le intercettazioni in nostro possesso, spezzoni di frasi per lo più, rivelano che il Tibiletti parlava di "dosaggio", del solito "un caso su diecimila", di "eccezione che conferma la regola" e con la signora che, senza mezzi termini e in modo molto aggressivo, cosa rara per lei, affermava perentoriamente che qualcuno non "capiva un cazzo".

Gli anni del liceo erano passati e la Doris aveva fatto qualche timido tentativo universitario poi abbandonato per intraprendere la carriera da hostess Alitalia, professione allora molto ambita e che si otteneva attraverso una ferrea selezione dove la grazia, l'eleganza e il savoir faire erano doti molto apprezzate.
Pur in tempi di miracolo economico, quali erano quelli di allora, volare era una prerogativa di pochi e chi lo faceva per necessità o per lavoro era comunque visto come un privilegiato che poteva vedere il mondo, anche quello particolarmente lontano e che poteva frequentare ambienti sicuramente di alto livello economico e sociale.
La Doris, che dopo l'indimenticabile estate di Alassio aveva vissuto degli anni opachi e non particolarmente gloriosi, per la sempliciotta Piatuggio aveva così potuto aggiungere al suo fascino naturale una pennellata da misteriosa avventuriera. Tanto che si era ritrovata così di nuovo al centro dell'attenzione e della curiosità generale, dato che i suoi rientri alla base erano piuttosto limitati e intercalati da lunghi periodi di assenza dei quali tutto si ipotizzava, ma nulla si sapeva.
L'apice della curiosità era stato raggiunto quando, su un giornale di cronaca mondana, era comparsa una foto relativa ad una festa romana dove sullo sfondo, ma comunque ben evidente, si intravedeva una Doris in abito da sera mentre brandiva una coppa presumibilmente contenente champagne. Tutto molto corretto, nulla di scollacciato o che potesse intaccare l'onorabilità dell'elegante bionda e quindi ancor più degno delle invidie del paese.
La Doris, oramai matura navigatrice dei salotti, lasciava tutto nel mistero, ma non mancava certo, nei suoi rientri a casa, di fare riferimenti sapientemente svagati a New York, Rio de Janeiro, Acapulco, Parigi o Londra a chi magari a malapena aveva visto Venezia. E tutto questo contribuì a catalogarla, soprattutto a detta dei maschi, quale donna ormai "di un'altra categoria". A conferma di ciò aveva anche iniziato a comparire a bordo di una Mercedes decapottabile, trattenendo i biondi capelli con un foulard alla Grace Kelly, accompagnata da un signore brizzolato sulle tempie, sempre dotato di doppiopetto pluribottonato e un po' strettino sulla parte alta dello stomaco, che si diceva fosse un industriale setaiolo del comasco.
Tutto andava per il verso giusto e mamma Pantheon sembrava finalmente rilassata perché intravedeva la conclusione di una lunga e sofferta strada che avrebbe portato la sua Doris all'obbiettivo tanto desiderato: un ricco matrimonio. Cosa che poi era regolarmente avvenuta con uno scialo senza precedenti per la piccola cittadina e con invitati arrivati da ogni dove e che, con un termine ancora poco noto, chiamavano vip.
E così si era conclusa la prima parte della storia di Doris, che si era installata in una bella villa liberty che il marito aveva acquistata, per accontentare più la suocera che la moglie, dal conte Brusadelli, il quale stava procedendo con regolarità svizzera a smantellare al tavolo da gioco i residui di un corposo patrimonio familiare e che con quella vendita aveva avuto una boccata di ossigeno che gli aveva consentito di trasferirsi a Campione d'Italia, con un grande risparmio di spese di viaggio da e per il casinò di quella città.
La Doris aveva avuto una figlia, fortunatamente per lei più assomigliante alla madre che non al padre tricheco e che era rapidamente cresciuta in bellezza ed alterigia. Non era stato difficile ipotizzare, cosa poi regolarmente verificatasi, che sarebbe facilmente entrata come la madre nella categoria delle "stronze", avviando così una sua storia esattamente simile a quella della Doris.
