LA FINE DELLA STORIA
Era una mattina di prima estate che annunciava una giornata piuttosto calda e il telefono aveva insistentemente squillato facendo apparire minacciosamente sul display il faccione del Febelli.
In altri momenti il cellulare avrebbe lungamente suonato fin che il mittente si fosse stancato, per evitare perdite di tempo in un prolungato cazzeggio, ma quella mattina un sesto senso ci aveva suggerito che era opportuno rispondere.
Il Febelli ci annunciava che l'Angioletto aveva avuto un malore proprio mentre il Febelli stesso era presente nel suo locale.
"Lo hai fatto incazzare? Cosa gli hai combinato?", era stata la nostra sciocca e scherzosa domanda, sfuggitaci un attimo prima di capire che forse quella volta il Febelli non stava proprio scherzando e anzi il suo tono di voce non ci faceva percepire nulla di buono.
Uno scambio di informazioni un po' approssimative, l'impegno di risentirci in giornata per qualche aggiornamento e subito dopo una nostra chiamata al dottor Colombo per sapere qualcosa di più preciso.
E il medico era stato tristemente preciso: l'Angioletto non c'era più.
Sant'Eustorgio è il santo protettore di Piatuggio e la chiesa principale è naturalmente dedicata a lui.
Non sappiamo quanto l'Angioletto ne fosse frequentatore, ma certamente quel giorno era, suo malgrado, il protagonista.
La Maria e il Kelvin in prima fila e la chiesa strapiena di piatuggesi, con una estrema difficoltà da parte nostra di trovare posto seppur stimolati dal Pesenti, che da lontano ci incitava a darci da fare per raggiungerlo.
Dopo esser riusciti faticosamente a raggiungere il Pesenti,
nei pressi dell'altare, avevamo una visuale completa su tutta la chiesa e immediatamente avevamo avuto l'impressione di trovarci in una galleria fotografica con esposti pressoché tutti i personaggi che l'Angioletto ci aveva aiutato a conoscere. C'erano i Bertocchi vicino al dottor Colombo, c'era la Monica vicino alla Doris, c'era la signora Giuditta che la Maria aveva persino abbracciato: l'Angioletto non era certo un santo, ma in quel momento aveva fatto il miracolo di avvicinare persone che nella vita di tutti i giorni facevano volare i coltelli.
C'era anche il Giugiù che si era opportunamente allontanato da una delegazione di affezionati frequentatori dell'American Bar con i quali non si voleva mischiare; c'era persino il Garlaschelli, che da anni non si vedeva a Piatuggio.
"Ghè nò la Marianna del Garlaschelli. Chissà sal veur dì!", aveva sussurrato il Pesenti che non osava pronunciare ipotesi nefaste.
E poi c'erano tanti che dovevano esserci per rappresentanza, senza eccessivo interesse e propensi a scappar via dopo aver fatto notare la loro presenza. Fra questi il signor Sindaco leghista che si era faticosamente riconfermato malgrado le trappole che gli aveva teso il Colombo.
Un po' in disparte, ma con l'aria di chi sinceramente sta vivendo una situazione di profonda tristezza, c'erano gli altri amici del mezzogiorno alla Trattoria della Pesa: il Giorgetti, il Brambati e più in là il Marchetti.
Il Cocuzza con la sua corte, i suoi Rayban e la sua camminata a gamba larga aveva tentato un ingresso da boss, ma la massa delle persone glielo aveva impedito e ora era là che si confondeva sul fondo della chiesa dietro un confessionale. Il Pesenti osservava tutti e non smetteva di spettegolare sottovoce su questo e su quella, anche se si capiva che quel ciarlare era il suo nervoso modo per contrastare uno stato di grande tensione.
"Te vedet quela bionda là visin al Garlaschelli? L'è la Giulietta, quella che la se brusada i ciap per la storia del Pisatoi!".
E poi faceva considerazioni che certamente anche molti altri stavano facendo e che lui, abbandonando il dialetto, esprimeva in corretto italiano, cosa che, per chi conosce il Pesenti, è il chiaro segnale che l'uomo in quel momento sta parlando molto seriamente:
"Piatuggio non sarà più la stessa cosa senza l'Angioletto e, senza esagerare, non sarà più la stessa cosa anche per molti di noi". Non lo sarà per il nostro gruppo, quelli che ogni mezzogiorno avevano un appuntamento fisso presso la Locanda, perché immagino che la Maria, senza la spalla dell'Angioletto, più prima che poi mollerà il colpo; e ne ha tutto il diritto dopo una vita passata tra pentole e padelle Sapete cosa vuol dire perdere un riferimento del genere per della gente come me, il Brambati, il Colombo, il Giorgetti e il Marchetti? Significa molto alla nostra età, perché l'appuntamento fisso alla Locanda ci dà la sicurezza di un approdo amico ed è diventato quasi un rifugio nel corso di tante giornate che ogni la mattina ci portano la paura di doverci trovare di fronte a situazioni che ci facciano percepire la nostra crescente inutilità. Significa per noi perdere il punto di aggregazione dove si sono consolidate vere amicizie; un punto difficilmente ricostruibile e la sua mancanza rischia di essere l'inizio dello sfilacciamento anche delle amicizie stesse".
E dicendo quest'ultima frase il Pesenti, l'intrigante ficcanaso della vita piatuggese, non aveva saputo nascondere un evidente tremore di voce.
"Sapete - aveva continuato - si dice che con più gli anni passano con più si diventa abitudinari e forse è vero, anche se sappiamo benissimo che lasciarsi prendere dall'abitudine significa un po' rinunciare a vivere. Ma io penso che più che una questione di pigrizia sia il fatto che arrivati ad una certa età ognuno di noi ha accumulato una serie di sconfitte, di rinunce, di perdite e si ha l'impressione che ogni nuova situazione che si presenta ci possa cogliere inadeguati e possa trasformarsi in una nuova sconfitta, che ci avvicina sempre di più al momento in cui il Padreterno dovrà verificare l'inutilità di lasciarci su questa terra. La perdita o anche solo il rilassamento di una amicizia, anche se causato dagli eventi, diventa per noi una cosa straziante perché crea un vuoto interiore difficile da colmare".
L'Angioletto aveva fatto un altro miracolo: aveva messo a nudo il Pesenti che per tutta la sua vita ha recitato la parte dello strafottente ficcanaso, re del gossip e dell'inciucio.
"Sai se ci sciogliamo noi - aveva continuato il Pesenti quasi riflettendo fra sé e sé - ci rimetterà tutta la città perché noi cinque in mezzo alle tante sciocchezze che diciamo e ai pettegolezzi che per divertirci facciamo sugli altri, dato che a noi non ci fila più nessuno, riusciamo sempre a veder con un certo distacco le cose di Piatuggio e ti assicuro che l'averci vissuto per molti anni e con un'importante presenza ci consente molto spesso di dire e di fare cose non per l'interesse nostro, ma per quello comune. E sapete perché? Perché far così ci gratifica e ci fa sentire utili. Se domani ci sciogliamo noi, un po' ci rimetteranno tutti. Ti ricordi che l'Angioletto quando voleva scherzare su questa nostra attività di" trafficoni" ci chiamava "el Guvern de Piatug"?
"Anche il bar, senza l'Angioletto, probabilmente dovrà chiudere i battenti perché il Kelvin non è certo suo padre né in capacità, né in simpatia", avevamo aggiunto noi pensando ai tanti personaggi che lì avevamo incrociato e alla funzione di punto di incontro della vita cittadina che il bar della Pesa, grazie alla regia dell'Angioletto, rappresentava per Piatuggio. "Già - disse il Pesenti per la prima volta con un lieve sorriso - e ades il Febelli duè chel và quand la ghe scappa?".
La cerimonia nel frattempo era arrivata al punto cruciale, il prete aveva data la parola al sindaco che aveva fatto un breve discorso di circostanza e poi a un nipote "intelligente", che per conto della famiglia aveva fatto un altrettanto stringato estremo saluto "al caro zio Angioletto", visto che il figlio ciulone non avrebbe saputo mettere insieme due parole. Tutto si avviava al malinconico finale quando sul pulpito era improvvisamente comparso il Febelli; sicuramente non invitato ma, dal momento della sua comparizione, primo attore.

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Lui aveva riempito la scena con la sua imponente figura, un paio di occhiali scuri di circostanza e una voce prorompente che aveva immediatamente bloccato e zittito i sorpresi astanti costringendoli a voltarsi mentre si stavano avviando all'uscita.
"Ma chi l'è quel lì?" "La da ves un parent foresto!"
"Ma va là: te l'ho semper dì che l'Angioletto quand l'era giuvin l'era un bel galet. Quel lì la da ves "qualche frutto dell'amore" che mò l'è saltà feura!"
E fra le varie illazioni il Febelli aveva cominciato a tuonare dal pulpito, elogiando l'alto profilo morale dell'Angioletto e tirando in ballo passi del Vangelo, pensieri del filosofo Kierkegaard e dotte citazioni in latino.
Parte della gente era affascinata da tanta eloquenza e lo ascoltava a bocca aperta senza capire nulla di cosa stesse dicendo, ma parte cominciava a rumoreggiare.
"Ma quest chì l'han pagà per vegnì chi a dì stì stupidad!"
"Ma và là; quest chì l'ha sbaglià funeral. El parla de filosofia, el sa no che l'Angioletto el faseva el cafè e i bianchit?"
E intanto il Febelli, oramai in piena trans logorroica, aveva attaccato a parlare della storia dell'Angioletto a partire dalla sua famiglia ai tempi di Garibaldi e, malauguratamente per lui, a ricordare la figura "eroica" della sua famosa trisavola a tutti nota per le sue gesta sotto le lenzuola del General Peppino.
Il sorriso cominciava a serpeggiare fra la gente:
"Ma quel lì le matt. Gesta eroiche? Gesta erotiche, magari!" e giù dei soffocati risolini.
Il Febelli nel vortice dialettico aveva toccato le corde sbagliate e dal fondo della chiesa era arrivato qualche fischio.
La stessa signora Maria si era alzata innervosita ed il prete in quattro e quattr'otto aveva pensato di chiudere l'incidente con una frettolosa benedizione.
Anche il Febelli avendo percepito, ma non appieno, che qualcosa non era andato nel verso giusto, aveva frettolosamente chiuso il suo discorso con un prorompente e urlato:
"In alto i cuori e le bandiere!", che a suo parere andava molto bene per la circostanza, mescolando sentimenti e patriottismo garibaldino.
Un nostro vicino, conoscente del Pesenti, che da tempo faticava a restarsene tranquillo, a quest'ultimo appello del Febelli non aveva trovato di meglio che sfogare così il suo dissenso:
"Ma và a cagà, pirla!".
"Le minga tant facil! Ades che ghè pù l'Angiuletto l'ha de truvà un alter ces!", aveva prontamente osservato il Pesenti.
Il feretro stava uscendo e l'ambiente si sforzava di dimenticare l'interferenza del Febelli e ritrovare una sua compostezza.
A noi era sembrata cosa saggia, prima che si inventasse qualche altre imbarazzante performance, raggiungere il Febelli e cercare di neutralizzare la sua esuberanza, che rischiava di arrivare a voler personalmente metter l'Angioletto sotto terra. Gli avevamo spiegato che adesso era il momento dei parenti, del rispetto del loro dolore, soprattutto del silenzio e dell'intimità e che proprio per questo forse era meglio che ci allontanassimo riproponendoci fin d'ora di ritornare un giorno non lontano a portare dei fiori sulla tomba del nostro amico Angioletto.
Così argomentando lo avevamo pilotato al parcheggio e da lì imbarcato in macchina prendendo la via in uscita da Piatuggio e contando di scaricarlo al più presto.
Il Febelli, molto contento di sé, ci aveva chiesto in varie forme se avevamo apprezzato il suo discorso che lui, molto soddisfatto, non aveva dubbi nel definire di "alto profilo morale e culturale".
Noi cercavamo di evitare una risposta precisa, con l'unico obbiettivo di terminare al più presto quella convivenza e ritrovare un po' di tranquillità in quella giornata che francamente non era stata delle più leggere.
In effetti però qualche fischio proveniente dal fondo della chiesa aveva un po' intaccato le sicurezze del Febelli, che si chiedeva quale significato avessero quei fischi, concludendo che se non si fosse trattato di fischi "all'americana", cosa di cui lui era quasi certo, sicuramente rispecchiavano il basso livello culturale e sociale dei piatuggesi.
Ondenon mettere benzina sul fuoconoi stavamo rigorosamente in silenzio fino a che il Febelli, che di concludere la giornata non aveva sicuramente intenzione, aveva improvvisamente afferrato il braccio del guidatore imponendogli:
"Gira a destra, gira destra. Andiamo a Verruggio; c'è un amico, il Giovanni, che ha un bar con sala giochi, ve lo voglio presentare e ci facciamo offrire un aperitivo!".
Questa volta non ci eravamo lasciati fregare e avevamo tirato dritto: "Febelli sarà per un'altra volta; oggi la giornata è dedicata all'Angioletto"
Quel giorno si era chiusa anche per noi una pagina importante. Il Pesenti aveva detto tante verità: senza l'Angioletto per noi cadeva tutto un castello, la Piatuggio che ci aveva fatto conoscere, l'unica che volevamo conservare nei nostri ricordi. Avevamo creato una bella amicizia e avuta l'opportunità di tante interessanti conoscenze, ma ora era arrivato il momento di chiudere un capitolo.
Anche al Febelli, per essere corretti, doveva andare la nostra riconoscenza per averci fatto avvicinare una persona di valore come l'Angioletto, ma era il momento di disintossicarci anche di lui.
Persino lui, totale egocentrico, stava subendo la tensione di quella giornata e negli ultimi minuti appariva taciturno e meditativo fino a che aveva deciso di esternare il risultato delle sua lunga riflessione:
"Raga...
"Dì Febelli"
"La vita è una brioche ma la marmellata sta sul fondo... se non hai sbagliato bar!".
Non abbiamo ben compreso cosa volesse dire ma ci pareva un pensiero degno di non essere ignorato e sul quale cominciare
a meditare... dal giorno dopo.
E lo abbiamo scaricato!
"Ricordatevi che dobbiamo andare a Verruggio", ci aveva gridato da lontano mentre la macchina si allontanava. "Tranquillo Febelli!".
E forse un giorno a Verruggio ci andremo veramente e probabilmente con il Febelli. Non fosse altro per verificare, ancora una volta, che lui non sbaglia mai il bar.
FIN E

L' ANGIOLETTO II play maker della Locanda della Pesa . Quello che" la Barbara D'Urso gli fa un baffo".
L' ALBERTO Il bel ragazzo di Alassio che per primo riuscì a penetrare... nel cuore della Doris.
L' ALIDA La "smortona" figlia del Bertocchi.
LaSig.ra AMALIA La signora Bertocchi meglio nota come "la Petona".
La Sig.ra ANNA La devota moglie del Cav.Bernacchi.
Il BADALA Il precursore del marketing brianzolo. Il nonno materno del Giugiù.
Il Cav. BERNACCHI Quellonest'uomo sempre alle prese con amore e coscienza.
Idottori BERTOCCHI Antonio, Rodolfo, Gian Maria: la dinastia degli storici speziali di Piatuggio.
Il BIAGETTI Il maestro del Giugiù. Il mago della "permanente".
Il BONIZZONI Il re dei dolciumi. Sempre a difendersi dalle mosche e dai ragazzini.
Il Geom. BRAGONZI Il geometra di fiducia di don Celestino. I suoi condomini garantiti dalla benedizione del don.
Il BRAMBATI L'Onorevole senza tempo.
Il Conte BRUSADELLI Il dissipatore scientifico del patrimonio familiare, sempre in viaggio fra casa e Campione.
Il BUSACCA Il leghista rampante rovinato dalla testardaggine del dottor Colombo.
Il M.llo CAPUZZO La legge.
Il COCUZZA "El tunisin". Un politico con la vocazione da boss.
Il Dottor COLOMBO Il Medico con un gran cuore e , alloccorrenza, un gran rompipalle.
Il COMMENDATORE Il Maestro romano del Robby. Generoso con ministri e cardinali.
Il DON CELESTINO Detto anche don Ligresti per la sua vocazione al business.
La DORIS Bella, bellissima anzi stronza!
Il FEBELLI Il nostro Virgilio nella "selva oscura" di Piatuggio.
La Sig.ra GALLI Occhi e orecchie sempre allerta per farsi i fatti altrui. Il GARLASCHELLI L'inventore del Bar Lanterna. Calcio, donne e cazzeggio: la disperazione della Marianna.
Il GIORGETTI Un grande banchiere fatto in casa.
La GIOVANNA L'amica - gregaria della Doris.
La Sig.ra GIUDITTA La "Bresciana" per la quale l'Angioletto disegna i cuoricini sul caffè espresso.
Il GIUGIU' Coiffeur di gran classe con la vocazione del faccendiere sentimentale.
La GIULIETTA La femminista che "la sé brusada i ciap".
La JENNY Lesbo e finanza.La direttrice della banca.
Il KELVIN Il figlio ciulone dell'Angioletto. Per gli amici "Camparino" Il Notaio LANZILLOTTA Il Presidente del circolo di Alassio. Nella rete di nonna Malù.
Il MAGNETTI Amico del Robby, esperto di affari femminili a St.Pietroburgo. Detto anche "la Pulacca".
La MAMMA ROSA La mamma del Robby, con un marito in spalla. Il MANTEGAZZA L'industrialotto con i quattrini nel sangue.
Il MARCHETTI Detto "simpamina". Campione ciclista, autista di fiducia e" custode" di segreti.
La MARIA La moglie dell'Angioletto. Una vita fra trippa e spezzatino LaSig.ra MALU' La nonna della Doris. Mare, burraco e il notaio Lanzillotta.
La Sig.ra MARIANNA La moglie-vittima del Garlaschelli.
Il MARIO Un personal - trainer poco interessato alle signore.
La MARIUCCIA "La signorina" oppure la "zarina" .La "smortina" padrona del cuore del Cav Bernocchi.
La Suor MATILDE Sempre indaffarata nell'organizzar novene.
Il Geom. MEDA Il socio del Bragonzi.
Il MERLETTI Il prostatico latin lover con le vene varicose.
Il MIMMO Il pizzaiolo che fece di "O' sole mio" l'inno nazionale. La MONICA La bellona che la Doris fa impazzire.
La Sig.ra PANTHEON La mamma della Doris che presidiava la virtù della figlia a colpi di inutili novene.
Il PESENTI Giornalista si muore!
Il PROFESSORE Il frustrato con gli scheletri nell'armadio.
Il ROBBY Il marito della Monica: detto anche "belli capelli".
La Sig.ra SAPORITI La moglie dell'aviatore, capace di svolazzare meglio del marito.
Lo SCAGNOZZI Il re degli ambulanti. "Mister black"; nemico numero uno dello scontrino fiscale.
Lo SMARGAIA Il nonno del Giugiù. Guardia notturno armata di uno sputo che uccide.
Le SORELLE del Robby. L'anello di congiunzione fra le scimmie pelose e le fanciulle da marito.
Il Dottor TIBILETTI Quello che la guardava a tutte le signore della buona società.
Il TRANVIERE Il papà del Giugiù. Un brav'uomo, molto deluso.
