LA PIAZZA cap.10°

21.03.2020

LA PIAZZA

L'hanno chiamata in varie maniere, ma per la gente di Piatuggio è "la Piazza", non una delle tante ma Lei, quella che rappresenta la memoria, il cuore, il cervello e spesso anche la pancia della città.

In principio fu piazza Garibaldi e le misero nel mezzo il suo bel monumento, che ancora resiste e ricorda i bei tempi della locandiera trisavola dell'Angioletto del bar della Pesa.

A quanto pare però la cosa non durò molto e l'intitolazione a Vittorio Emanuele II fu cosa fatta quando il re, passando un giorno sullo stradone che lo portava alla sua regale dimora di Monza, diede un'occhiata distratta a quel mediocre paese. Tanto bastò per creare intorno a quell'occhiata una bella storia e per intitolare la piazza al Padre della Patria, alla faccia del Peppino Garibaldi che a quel tempo aveva già perso un po' del suo fascino.

L'intitolazione era durata a lungo fino a che il Duce, Cavalier Benito Mussolini, era davvero venuto a Piatuggio a visitare il campo di addestramento dei ragazzi della GIL (Gioventù Italiana del Littorio) e aveva espressamente richiesto che la piazza si chiamasse Piazza Littorio. E così era stato: in quattro e quattr'otto, senza neanche pensarci su perché, anche allora come oggi, al Cavaliere non si poteva dire di no.

Terminata la guerra era cominciato il balletto dell'intitolazione che a ogni cambio di colore dell'amministrazione comunale veniva posta in discussione. Prima si era chiamata De Gasperi, poi Togliatti, poi era venuto il tempo di intitolarla alla Lega Lombarda, fin che a uno dei tanti sindaci era venuta la geniale intuizione di chiamarla Italia in contrapposizione ad alcuni che la volevano Padania. Ancor oggi ci si ricorda come il sindaco di allora concluse una discussione che aveva messo a dura prova la tenuta del consiglio comunale: "Savi se fem? La ciamum Italia!". E prendendo sul tempo i consiglieri sbigottiti aveva concluso: "L'Italia l'è cume la mama, la tuca pù nisun!". E così era stato. E finalmente la piazza aveva trovato la sua pace e ancor oggi si chiama Piazza Italia, anche se per tutti piatuggesi è semplicemente LA PIAZZA.


ih Veneriti

Ora immaginate una mattina di primavera, con un cielo di quelli che facevano sognare il Manzoni. E sotto quel cielo di Lombardia, così bello quand'è bello, siamo seduti con il Pesenti a un tavolino del bar Lanterna. E quando al tavolo c'è un giornalista, seppur in pensione, e per puro caso è anche giorno di mercato, far scivolare i discorsi su alcuni accadimenti che hanno avuto La Piazza come scenario principale è piuttosto facile. E infatti si va a parare proprio lì, partendo da argomentazioni di elevato tenore culturale come il valore storico del monumento a Garibaldi, argomento sul quale si sta ragionando finché il Pesenti, secco e deciso, sbotta così: "Ma va là Garibaldi, il vero monumento di questa piazza l'è el Pisatoi!", indicando un punto lontano dove, attorniato da siepi ben tenute e prospiciente un prato che sembra una moquette, troneggia un vespasiano di antica memoria, che non si fatica ad immaginare ambientato in un quadro di impressionisti della Belle Époque.

Uno di quei vespasiani dei quali si sono perse le tracce, di lamiera ben dipinta, con il tetto lavorato alla moda del liberty e la ceramica Richard-Ginori che l'acqua non ha segnato di giallo. Insomma un manufatto che si capisce essere oggetto di rispetto e costante manutenzione.

"Quello non è un cesso. Quello è un gioiello!", afferma il Pesenti sorridendo.

Il racconto del Pesenti narra che quando il Pisatoi era stato installato aveva causato opinioni contrastanti ma poi era stato immediatamente apprezzato sia nei giorni di mercato sia negli altri, durante i quali a ore fisse, prosegue il cronista, fatto com'era a forma di confessionale, fungeva da punto d'incontro di amici o conoscenti, i quali si davano appuntamento per scambiarsi quattro chiacchiere nel corso di una funzione comunque irrinunciabile e senza rubare ulteriore tempo al loro lavoro. Il bello era che le persone si parlavano guardandosi in faccia, ma senza naturalmente vedersi. Cosa questa, che a quanto pare, era molto apprezzata. Si dice, o meglio lo riferisce il Pesenti, che perfino il Giorgetti, il banchiere, approfittasse della riservatezza del luogo per fornire a qualche amico in tempo reale (di allora!) delle informazioni sugli andamenti della Borsa che poi l'amico stesso avrebbe provveduto a utilizzare a vantaggio comune. "Il Giorgetti - insinua il Pesenti - usciva dalla Banca e approfittando della riservatezza del Pisatoi dava gli ordini di acquisto e di vendita delle azioni sulla base di quanto aveva appena saputo dai suoi collegamenti con la Borsa di Milano. Poi rientrava in Banca. Lui davanti e dietro il suo amico che avrebbe provveduto ad effettuare quelle operazioni che, fatte direttamente dal Giorgetti, sarebbero state criticabili e sicuramente poco eleganti". Erano tempi nei quali la telematica non esisteva e il Pisatoi fungeva da cassa di compensazione delle informazioni più riservate.


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E così il Pisatoi aveva nei decenni acquistato sempre maggiore prestigio e se i vespasiani avessero un'anima sicuramente quello di Piatuggio sarebbe orgoglioso del suo ruolo sociale, specialmente durante i giorni di mercato, ma si sentirebbe ancor più gratificato nel servire, negli altri giorni, come luogo di confidenze, lusingato per la grande fiducia concessagli dagli habitué certi della sua riservatezza.

Il momento più critico della sua storia il Pisatoi l'aveva vissuto intorno agli anni Settanta con l'avanzare, anche a Piatuggio, del movimento femminista e della giusta pretesa da parte delle donne di gestire in proprio quello che, fino ad allora, i maschi locali avevano preteso di utilizzare a loro piacimento e con altre legittime aspettative che ambivano ad avvicinare

lo stato femminile a quello dell'altro sesso.

A Piatuggio le femministe non erano molte dal momento che le fanciulle erano controllate a viste dalle rispettive famiglie. Non molte, ma insieme formavano comunque un buon gruppo capitanato dalla Giulietta, una bionda scatenatissima che girava in Lambretta, con jeans e maglietta attillata e che non perdeva l'occasione di provocare i maschi coetanei che,punti sul vivo, scatenavano delle risse che facevano impazzire il Maresciallo e angosciare l'allora parroco Don Celestino. Non era raro in quegli anni che le ragazze comparissero sulla Piazza e si mettessero a giocare al pallone, proprio come facevano i loro coetanei maschi, per dimostrare a questi la loro indipendenza. In tali circostanze i maschi usavano sedersi su un muretto che delimitava il passaggio di un piccolo torrente e da lì lanciavano frizzi e battute verso le ragazze da far impallidire un morto. Per farci capire di che pasta era fatta la Giulietta, il Pesenti ricorda che una sera nella quale si stava svolgendo la solita partitella, il pallone era finito tra i piedi dei ragazzi seduti sul muretto ad osservare e criticare. Le ragazze si erano un po' bloccate perché per il recupero dell'attrezzo significava infilarsi nella tana del lupo, ma la Giulietta non ci aveva pensato un secondo e di corsa, facendo ballonzolare il suo abbondante e provocante seno, si era avviata a recuperare la palla. Un improvvido giovinotto, pensando di essere il più spiritoso, l'aveva così apostrofata facendo riferimento al suggestivo movimento del suo petto: "Giulietta, cur no che te fè yogurt!". La Giulietta non aveva battuto ciglio, si era arrestata di botto e gli aveva piazzato sul muso uno sganassone che lo aveva ribaltato nel torrente sottostante dal quale era riemerso bagnato e malconcio fra le risate generali, anche quelle dei suoi compagni di brigata. Il problema era che le femministe avevano preso il Pisatoi come simbolo del più bieco maschilismo e quindi da attaccare in tutte le forme possibili. Avevano piantato una questione infinita presentandosi un giorno davanti al Comune dove il Sindaco, per il quieto vivere, le aveva ricevute per accogliere una mozione nella quale si affermava che tutti i cittadini erano uguali fra loro e che non era giusto che i maschi potessero utilizzare un servizio pubblico come quello del Pisatoi solo perché loro, senza alcun merito ma solo per un errore di progettazione del Buondio, "potevano farla in piedi".

In una buia notte invernale una Lambretta era sfrecciata per la piazza arrestandosi vicino al Pisatoi; mentre una figura incappucciata restava alla guida un'altra era scesa e rapidamente aveva cosparso di vernice rossa la candida ceramica Richard-Ginori, per poi rapidamente allontanarsi. Tante erano le Lambrette che circolavano in quel periodo che nessuno aveva mai potuto con sicurezza individuare il responsabile di quell'atto vandalico, ma il Sindaco di allora aveva pensato che per evitare il peggio era tempo di porre rimedio, trovando una adeguata soluzione anche per l'espletamento dei bisogni femminili.

Ed era stato così che dopo ampie e accese discussioni, il consiglio comunale aveva deliberato la spesa necessaria all'approntamento di una toilette in muratura, non lontana dal Pisatoi, destinata esclusivamente all'utilizzo da parte delle signore e subito nominata "la pisadura". L'avvio della faccenda non era stato facile e persino la Guardia Municipale aveva dovuto impegnarsi per evitare intrusioni improprie, soprattutto nel periodo carnevalesco, quando ragazzi bontemponi, truccati da femmina, pretendevano di averne l'accesso.

Ogni volta che qualche componente del gruppo femminista si avvicinava alla toilette, quasi sempre volgendo attorno uno sguardo provocatorio, veniva osservata dal gruppo dei ragazzi che stazionavano sul solito muretto e accolta all'uscita con un lungo applauso e facezie di circostanza.

Ma l'episodio che aveva dato inizio alla decadenza della "pisadura" era avvenuto una mattina delle tante, con la Giulietta che, sigaretta in bocca e passo provocatorio, aveva attraversato la piazza dirigendosi verso la struttura igienica che considerava un suo personale successo politico.


Dopo solo un attimo da che era entrata un urlo lacerante aveva turbato la tranquillità del luogo e si era vista la Giulietta schizzare fuori trattenendosi i jeans a mezza pancia e precipitandosi nella farmacia Bertocchi, sull'altro lato della piazza. Nei presenti era calato lo sconcerto, ma anche l'inevitabile curiosità sull'accaduto, cosa che era stata risolta da una rapida e precisa indagine condotta dal maresciallo, prontamente coinvolto dal farmacista Bertocchi allarmato quasi si fosse trattato di un attentato.

Il Pesenti racconta che la dichiarazione del maresciallo, che aveva dato luogo sul giornale locale a un suo articolo, entrato nella storia del giornalismo brianzolo, suonava più o meno così: "Chiamati dalfarmacista Bertocchi siamo prontamente intervenuti nei locali di pertinenza della farmacia dove

la signorina Giulietta era sottoposta alle cure del

medico farmacista e, a dire dello stesso (non avendo per ovvie ragioni, né il sottoscritto, né i militi presenti, verificato personalmente quanto dichiarato) presentava profondi segni di ustione alle parti basse e specificamente a quelle genitali. Su richiesta del medico operante dr. Bertocchi Rodolfo è stato da me espressamente vietato l'accesso allo studio medico dove la signorina veniva curata, all'anziano dottor Bertocchi Antonio, che era nelfrattempo sopraggiunto e che voleva introdursi vantando la sua grande esperienza in materia di ustioni "delicate". Il suddetto dottor Bertocchi Antonio ha minacciato denuncia per impedimento di assistenza; in tal caso i militi presenti saranno in grado di riferire quanto affermato dal dr. Bertocchi Rodolfo circa l'inopportunità di tale presenza. Dal racconto della vittima i fatti sono stati così ricostruiti. Il manufatto igienico era appena stato, come d'uso, sottoposto a pulizia e riassetto e la tazza igienica era stata cosparsa di liquido disinfettante notoriamente a base alcoolica. La vittima, nell'accomodarsi sulla tazza per espletare una funzione che non ha voluto specificare, ha gettato nella tazza stessa il mozzicone della sigaretta che, a contatto con il liquido disinfettante, ha dato luogo ad una improvvisa fiammata, che malauguratamente ha colpito laddove non doveva colpire. Si è trattato in definitiva di uno sfortunato incidente e non si hanno tracce di responsabilità specifiche. Come di dovere le indagini comunque continuano per verificare la deposizione della vittima ed escludere che l'ustione sia frutto di altro tipo di evento. Come sempre nulla può essere escluso" (?).

Cosa sospettasse il maresciallo nemmeno il Pesenti lo sa ipotizzare. Si sa invece che la Giulietta era poi sparita per un lungo periodo e che la "Pisadura" aveva avuto via via sempre minore popolarità al punto che oggi di essa non c'è più traccia, mentre il Pisatoi troneggia, soddisfatto testimone di quasi un secolo di vita di Piatuggio.

E mentre il Pesenti attacca il secondo spritz della mattinata ci rendiamo conto che la sua capacità narrativa ci ha coinvolto e ci ha rinfrescato dei ricordi della giovinezza portandoci quasi al confine della commozione, in quella piazza tranquilla e sonnolenta dove la storia di un cesso liberty ha oscurato persino quella del Garibaldi.

Ma la Piazza ha tutta un'altra immagine e vitalità nei giorni delle bancarelle. Un mercato molto conosciuto in tutta la Brianza e che ancor oggi, malgrado il Pesenti lo battezzi come "scaduto di importanza", continua a richiamare molta gente anche dai paesi vicini.

Il mercato di Piatuggio era nato e cresciuto subito dopo la guerra per iniziativa principale di un ambulante che di nome faceva Scagnozzi. Ora lui non c'è più, ma lo scettro del comando è passato al figlio, non certo stimato come il padre, ma più volitivo e trafficone.

Un vero boss, soprannominato "mister black", per la sua idiosincrasia per i registratori di cassa e per gli scontrini fiscali.

Grazie al suo intervento e alle sue intermediazioni il mercato si è via via riempito di cinesi, che hanno acquistato i vari punti vendita abbassando in generale la qualità dei prodotti e creando anche un po' di disaffezione per il mercato stesso da parte della gente di Piatuggio, che nei venditori locali trovavano maggiore cordialità concedendo loro più fiducia.


Mieter Biado

Il Pesenti ricorda che, prima che si formasse il mercato, l'allora paese di Piatuggio conosceva e riconosceva, per la loro correttezza commerciale, solo tre figure di ambulanti che periodicamente comparivano con la loro mercanzia. I tre, che apparentemente fra loro non avevano nessun legame, dovevano avere però un unico basista in paese perché quando comparivano sapevano perfettamente dove rivolgersi e cioè preferibilmente a quelle famiglie dove era in preparazione un matrimonio. Qualcuno aveva azzardato che il basista fosse addirittura don Celestino, al corrente dei matrimoni e sensibile alle intermediazioni commerciali, ma trattandosi di un cinese, un marocchino (ambedue di sconosciute religioni) e di un toscano, bestemmiatore incallito, la cosa era poi sembrata improbabile e la voce era presto caduta.

Il cinese portava seterie, probabilmente dal comasco anche se le spacciava di Shangai e le "clavatte" per lo sposo e per i più importanti invitati erano la sua specialità, unitamente a foulard che le madri degli sposi avrebbero sfoggiato in quel giorno di festa. Era un tipo ciarliero e simpatico per la sua mancanza di erre sostituite da tante elle, cosa che lui sicuramente accentuava per suscitare ilarità e creare simpatia. Il marocchino, un tipo allampanato e magrissimo, era specializzato in tappeti e tendaggi di un certo prezzo e di elevata qualità, che portava sulle spalle come se non avessero peso. Era un tipo di poche parole e aveva un atteggiamento molto serio e rispettoso.

Infine il toscano, che faceva gli affari più importanti perché arrivava trascinando due enormi valige contenenti tutto ciò che poteva servire per formare il corredo di una sposa,un' usanza che oggi si è persa ma che allora rappresentava un imprescindibile accompagnamento di ogni sposa che si rispettava.

La gente si fidava di lui e della sua mercanzia e lui si fidava della gente alla quale faceva dilazioni nei pagamenti e rateazioni sulla parola.

Poi era arrivato il mercato, qualche grande magazzino, le vendite a rate e le cambiali, le vendite per corrispondenza con i cataloghi della Postalmarket e i tre erano scomparsi, ma non così il ricordo della loro correttezza e della bontà dei loro prodotti, che sicuramente ancora vivono in molte case piatuggesi.

Certo che, come dice il Pesenti, il mercato di oggi è tutt'altra

cosa rispetto a quello dell'immediato dopoguerra.

"Una volta - dice lui - era una festa di personaggi, ma anche di nuovi venditori e nuovi prodotti, che dopo la carestia della guerra riprendevano a circolare. E sull'onda dei ricordi il Pesenti snocciola mestieri che non esistono più al pari dei loro interpreti quali il "caddregatt", "l'umbrelat" e il "mulita", dei quali abbiamo già parlato. E altri che, vuoi per il cielo manzoniano sempre più bello, vuoi lo spritz (il secondo) sempre più buono, affiorano. E così, da un passato che ormai è solo ricordo, sbuca fuori il venditore di acciughe, che si presentava avendo come unico punto di vendita un barile dove i pesciolini, messi sotto sale diversi mesi prima e poi pressati, venivano venduti un tanto al pezzo e consegnati in coni di quella carta gialla e assorbente tipica delle macellerie. E ancora, il venditore di elastici e di passamaneria smerciati un tanto a braccio, perché la lunghezza dell'arto superiore del mercante sostituiva il più preciso metro. Il venditore di elastici era soprannominato "el vescuv", perché girava per il mercato portando, a mo' di pastorale vescovile, un bastone con in cima dei lunghi chiodi sui quali erano appesi elastici di diverse dimensioni e colori. El vescuv era solito decantare i suoi prodotti con ammiccanti messaggi commerciali del tipo: "L'è chi la bella elastica, donn!".

Infine il ricordo si fa dolce e sempre il Pesenti tira fuori il Bonizzoni, che teneva insieme alla moglie un lungo banco, sul quale venivano esposte, in bella vista e senza alcuna protezione, tutte le cose più dolci che si potessero immaginare: giusi, stringhe, canditi, caramellati, dolcetti di vario genere, torte vendute a fette, veneziane, tranci di "figasce" e "figasciò", entrambi pane con l'uva ma i secondi di forma circolare, zucchero filato e chi più si ricorda più ne metta. E sotto al bancone, in un secchio colmo di schegge di ghiaccio per tenerle fresche, alcune bottiglie di gazosa "cun la balèta" e, per i più abbienti, la Spumador. Il Bonizzoni era naturalmente l'attrazione dei bambini e all'uscita dalla scuola era difficile stabilire se erano più numerosi gli scolari assiepati intorno al banco o le mosche che razzolavano su quel paradiso di dolci. Se un ispettore dell'Asl dei giorni nostri fosse passato davanti a quel banco il Bonizzoni sarebbe schiantato a terra senza nemmeno proferire parola. Le mosche invece, da parte loro, nei giorni di mercato erano gli animaletti più felici della terra, perché dopo aver abbondantemente pasteggiato sugli escrementi dei molti cavalli, che ancora costituivano il mezzo di trasporto più usuale ed economico, potevano trasferirsi per il dessert sul banco del Bonizzoni.

Ma è il terzo spritz della mattinata a sciogliere in maniera definitiva la lingua del Pesenti, il quale dando prova di una tenuta sorprendente e al contempo regalando un sorriso non richiesto alla cameriera ucraina Ursula, comincia a raccontare proprio della storia del bar Lanterna, dove nel frattempo, avvicinandosi mezzogiorno, la clientela si infoltisce per l'aperitivo.

Non possiamo far a meno di notare che si tratta di persone di ogni età e sesso, ma che hanno una matrice in comune che il Pesenti, dotato di dono della sintesi, riassume con una espressione giovanilistica: "Se la tirano".

Intanto le ore e i minuti sono volati, gli spritz nei bicchieri si sono prosciugati, la Piazza tende a svuotarsi perché è impellente il richiamo dell'appetito, ma il Pesenti, glielo leggiamo negli occhi, è lì che lotta con la voglia di un ultimo prosecco "macchiato" Aperol. Alla fine però desiste e insieme ci alziamo per avviarci al nostro appuntamento quotidiano con i piatti cucinati dalla signora Maria, quando ci accorgiamo che il nostro giornalista è diventato improvvisamente taciturno. Come se tutto quel parlare del passato e dei ricordi lo abbiano un po' immalinconito. Una sensazione che dura poco, come del resto il mutismo del Pesenti, che si rivitalizza al volo dopo essere stato urtato dalla bella Ursula.

A tutti noi il piacevole "sinistro" è parso tutt'altro che involontario.

"Quella lì mi fa morire. Ha le tette che son di marmo", dice il Pesenti che, miracolato, ha ritrovato la parola e allo stesso tempo ha implicitamente confermato che il sapiente sfregamento, operato dalla Ursula, non era stato casuale e nemmeno una gran novità. Anche se ogni volta produce lo stesso effetto della benzina che messa in un serbatoio ormai secco fa ripartire il motore: "Va là; andiamo della Maria - prosegue il nostro cronista - che intanto ti racconto la storia del bar Lanterna e dei suoi proprietari".

E così avviandoci, ebbri di spritz e di soddisfazione nel sentirci amici ormai partecipi dei ricordi del Pesenti, ci siamo sentiti quasi cittadini di un paese che seppure non nostro in qualche modo ci apparteneva. Una bella sensazione che ci ha fatto pensare alla nostra città e percepire un fugace senso di colpa, quasi stessimo consumando un tradimento. Ma per mettere a posto la nostra coscienza, tanto più che si andava alla tavola della Maria, abbiamo trovata perfetta e calzante la banale, ma vera, considerazione che "tutto il mondo è paese".


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