La scena cap. 2°
Pur volendo limitare i preamboli, non possiamo fare a meno di descrivere "la scena", sullo sfondo della quale si sono svolti i fatti e le vite per le quali vogliamo essere dei semplici cronisti che hanno avuto l'opportunità di raccogliere racconti e confidenze da persone informate dei fatti.
Quale che sia l'attendibilità dei fatti stessi noi non la possiamo certo garantire, ma di ciò non ce ne siamo fatti una grande preoccupazione; realtà e fantasia si mescoleranno senza nulla togliere, speriamo, alla credibilità di un acquerello di vita che ha come sfondo le "nostre parti".
Lo scenario è rappresentato da una cittadina della Brianza, messa lì sulla strada che da Lecco va a Milano, ma che non ha avuto la seppur minima attenzione da parte del Manzoni quando si accinse a descrivere il famoso viaggio di Renzo verso la città di Sant'Ambrogio e che, ai giorni nostri, riesce a mettere in imbarazzo, nella sua ricerca, anche il più sofisticato navigatore automobilistico di marca tedesca.
Una città del tutto normale, con la sua fontana a schizzo verticale che, a causa degli anni, ha abbassato di molto il suo getto e oggi viene chiamata "la prostatica"; la sua bella statua di Garibaldi proprio davanti alla locanda (l'attuale bar della Pesa) dove l'eroe pare che una notte non ben definita abbia dormito (e dove non l'ha fatto?); la sua bella chiesa con il campanile rifatto in un improbabile stile che non c'entra niente con il resto (ma tanto è stato frutto di una donazione di qualcuno che aveva qualcosa da farsi perdonare dal Buon Dio); le sue belle campane elettriche che han tolto un po' di poesia, ma che negli anni Sessanta hanno fatto l'invidia dei paesi vicini; la sua religiosità un po' bigotta, il suo tanto lavoro, i suoi vizi nascosti e le sue virtù pubbliche.
Il nome stesso della città, Piatuggio, pare destinarla all'anonimato perenne.
Insistiamo, non la cercate sulle carte topografiche, crediamo proprio che, malgrado i suoi quasi diecimila abitanti, fatichereste a trovarla.
A proposito della locanda di Garibaldi, la chiacchiera popolare racconta da oltre un secolo come in quella famosa notte l'Eroe si fosse esibito in uno dei suoi storici assalti con facile conquista dell'obbiettivo. Quella volta però l'obbiettivo era la procace locandiera, trisavola del nostro amico Angioletto, ancor oggi proprietario dei muri che nel frattempo si sono trasformati, lasciando meno spazio alla locanda con cucina casalinga e convertendo la vecchia "osteria" (con annesso campo da bocce) in un luminescente "american bar".
Vecchie storie di paese che ancor oggi si tramandano e si arricchiscono di generazione in generazione, al punto che l'Angioletto, pochi anni fa, è stato costretto a portare in tribunale un avventore maldestro che, seppur a distanza di più di un secolo, aveva osato mettere in dubbio il patriottismo della trisavola classificandolo piuttosto con un termine assai dispregiativo riferito alla virtù della signora stessa.

lo- storico- incontro- ccm/QùMeppe/ Garibaldi/
Piatuggio è una cittadina come tante altre, appoggiata sulla generosa pianura lombarda e se nel corso dei racconti vi sembrerà di riconoscerla, e con lei qualche personaggio, non fateci caso, sicuramente vi starete sbagliando.
La questione è che brianzoli, bergamaschi, varesotti o bresciani, visti un po' da lontano, si assomigliano tutti. Sono i tempi con le loro mode e i loro cambiamenti a forgiare la tipologia delle persone e purtroppo negli ultimi decenni pare che la gente abbia trovato più seducente seguire pedissequamente gli stereotipi dettati dalle mode piuttosto che cercare di affermare ognuno la propria personalità in grado di distinguere un individuo da una massa uniforme ed omogeneizzata.
E così vi parrà di riconoscere la Doris, il Giugiù, il don Celestino o altri, dei quali vi racconteremo le gesta, ma vi assicuriamo che sarà un'illusione; probabilmente si tratterà di replicanti, attori di una analoga commedia che si recita altrove e su scenari diversi.
Con questa affermazione abbiamo praticamente assicurato che "fatti e personaggi sono frutto di pura fantasia", o meglio, non riconducibili ad ambienti prossimi a chi scrive o a chi legge. Forse!
Vi preghiamo inoltre di non indagare molto sulla correttezza temporale indicata relativamente a certi episodi, che di per sè potrebbero sembrare mal collocati.
Le molte fonti dei ricordi, la fantasia dei narratori e la scarsa accuratezza di chi scrive potrebbero sicuramente aver creato delle improbabili collocazioni temporali di alcuni eventi, ma riteniamo che la cosa importante siano gli eventi stessi e la loro malferma collocazione alla lunga sia molto utile per consentire a chi scrive una pennellata di fantasia, evitandogli di violentare la sua innata pigrizia nella ricerca di fonti più accurate.
Nel corso degli anni qualche uomo di cultura si è sforzato di dare a Piatuggio una dignità storica andando alla ricerca di reminiscenze che, faticosamente rintracciate, non sono mai risultate di grande valore.
Al di là di un anonimo rudere (oggi pisciatoio dei cani locali e ambita dimora condominiale di intere famiglie di pantegane) per il quale negli anni settanta un intraprendente sindaco tanto brigò che un trombone delle Belle Arti, opportunamente "unto", riuscì a definire "importantissima traccia di una torre d'avvistamento longobarda" e al di là di una camera d'osteria alla quale fu assegnato il già citato ruolo di alcova garibaldina (con annessa targa commemorativa), null'altro del passato si mostra a Piatuggio che possa essere considerato la traccia di una storia significativa.
Vero è invece che molto di più si può dire della sua storia recente, che non ha lasciato grandi tracce monumentali, ma che ha sicuramente lasciato profonde ed indelebili tracce nel tessuto economico, sociale e nei rapporti fra molte famiglie del luogo.
Sono quelle tracce che, col passare delle generazioni, diventano magari più smunte ma che non spariscono mai e, stante il carattere nordico della città, non trovano sfogo, come nel caldo sud, in faide sanguinose, ma che sono pur sempre latenti come il classico fuoco sotto la brace e al momento opportuno emergono ed esplodono in comportamenti e prese di posizione che, per chi non è inserito nella vita del paese, possono sembrare del tutto insensate.
Alla fine della seconda Guerra Mondiale, Piatuggio non era ancora quella grassa cittadina che compare al visitatore ai giorni nostri.
Era il solito paesone brianzolo e chi fra i suoi abitanti non aveva l'intraprendenza per spingersi quotidianamente fino a Milano, lavorava di pialla e di martello nella costruzione di mobili, continuando a sviluppare una scienza artigianale che si era formata attraverso generazioni di abili falegnami.
Ogni buona mamma piatuggese doveva lottare con i figli in età da lavoro attirati dalle luci della vicina Milano, un po' perché spaventata dai pericoli della grande città e un po' perché ancora legata a certe convinzioni che si tramandavano nel tempo, per le quali il mestiere di falegname era un mestiere benedetto, che avrebbe sempre dato pane e companatico, garantito dalla protezione di San Giuseppe ("i fieu de san Giusep" era il soprannome dei mobilieri).
A tal proposito pare che il buon San Giuseppe una notte fosse comparso in sogno al curato del tempo dichiarando in maniera molto seccata: "Io di tutti questi figli che cercano di appiopparmi qua e là nella Brianza, ne ho davvero piene le scatole e, in quanto a figli, io sono già più che a posto di mio, anche se sono secoli che mi parlano dietro le spalle e quei pirla di ebrei mi prendono in giro".
Se il fatto del sogno fosse vero o fosse l'invenzione beffarda di qualche "comunistone" è sempre rimasto un quesito irrisolto; l'unica cosa certa è che dalle fotografie dell'epoca il buon curato in questione appare con un monumentale naso rosso, testimonianza di una sua certa predilezione per abbondanti libagioni di sincero Squinzano che, se mal digerito, è notoriamente portatore di incubi e di sogni strampalati. Sicuramente è invece vero che nei molti decenni del dopoguerra l'industria del mobile ha creato in Piatuggio molto benessere e finanche molte ragguardevoli ricchezze, accompagnate inevitabilmente da altrettante gelosie, concorrenze e competizioni personali che, mescolate a vecchi rancori nati nei periodi pre e post bellici, hanno spesso generato dei cocktails sconvolgenti sempre pronti ad esplodere.
A cavallo della Seconda Guerra Mondiale le diverse adesioni politiche, per lo più di comodo, hanno lasciato profonde tracce, per cui a Piatuggio, ancor oggi, non solo le colpe dei padri, ma anche quelle dei nonni, continuano a ricadere sui figli e il XXV aprile di ogni anno non è mai una giornata tranquilla.
Rosso, azzurro e nero sono colori che in questa cittadina faticano ancor oggi a mescolarsi. Ma su questo aspetto probabilmente avremo occasione di ritornare parlando di qualche personaggio che di quei lontani periodi fu un interprete.
Va sottolineato comunque che anche a Piatuggio, come in quasi tutti i paesi della nazione, quella che si concluse nel '45 fu una vera e propria guerra civile che non è certo passata senza lasciarsi dietro le sue scelleratezze, i suoi rancori e suoi desideri di vendetta.
Facendo un salto di una sessantina di anni la Piatuggio di oggi è una città del tutto diversa da quella di allora. Scomparse le tante botteghe artigianali, scomparse molte aziende del legno, scomparso anche quell'orgoglio dell'artigiano per il quale anche il più modesto mobile veniva creato con "dentro il cuore della sposa" quasi a voler essere artefici e partecipi della costituzione di una nuova famiglia.
Oggi Piatuggio è una città di grandi esposizioni mobiliere, quasi tutte uguali fra loro e da paese di sapienti artigiani si è trasformata in un paese di furbi commercianti.
Quello che è successo a Piatuggio è in fondo quanto è successo laddove il benessere e la ricchezza hanno alimentato la smodata voglia di salire la scala sociale e possiamo pure scambiare le fabbriche di mobili con quelle di tessuti o di altro per verificare gli stessi risultati.
Insieme alla macchina sempre più grande, alla villa, al Rolex, al visone per la signora, all'amante a Milano, alla barca sul lago, alla crociera invernale e a quant'altro, uno dei simboli del successo sociale, a Piatuggio come altrove, fu ritenuto, a partire dagli anni Settanta - Ottanta, quello di mandare i figli all'università evitando loro quel "misterasc da nerasc" (mestiere che ti fa le mani nere) che era la falegnameria.
A molti dei rampolli di quelle famiglie non era parsa vera questa fantastica ambizione paterna e al conseguimento delle lauree, regolarmente fuori corso, giunto il momento di entrare in fabbrica, essi avevano pensato che la cosa più intelligente fosse quella di vendere tutto e spostare il ricavato in ¡svizzera (come del resto avevano già fatto i loro padri!) per una tranquillità che i "compromessi storici", allora di moda in Italia, non garantivano.
Lasciare che i denari depositati nelle casse delle riservate banche ticinesi lavorassero per loro, evitando problemi con clienti e fornitori, operai, sindacati e investimenti fu la loro pigra soluzione, rifuggendo da tante beghe alle quali sicuramente non erano stati abituati perché, come diceva qualche vecchio ma saggio habitué del bar della Pesa, i loro genitori li avevano allevati con il "culo nel burro".
E Piatuggio ha così perso almeno un paio di generazioni e con loro ha perso gran parte del suo secolare tesoro di capacità, creatività e imprenditorialità.
Quando poi la sbornia finì, e siamo intorno all'inizio del nuovo secolo, ci sia accorse che la frittata era stata fatta e piangerci sopra non serviva a nulla: Piatuggio era diventata una città come tante altre che avevano sperperato una grande ricchezza di conoscenze e capacità.
Su questo sfondo rappresentato da Piatuggio si sono snodate le vite di alcuni personaggi, che hanno solleticato la nostra curiosità e la frequentazione del già citato bar della Pesa ha rappresento per noi una fonte inesauribile di ricordi, di racconti, di verità, di fantasie, di maldicenze e di rimpianti. Un crogiuolo di umanità, che per dei viandanti ficcanaso come noi ha significato tanta manna, al punto di accendere qualche particolare attenzione e stuzzicare la tenuta di qualche modesto appunto.
Così ne sono usciti dei profili di personaggi che la nostra incapacità ha spesso lasciato incompiuti, ma che i lettori di questo libello potranno sicuramente completare con le loro conoscenze di altri analoghi personaggi incontrati sul proprio cammino, replicanti di una similare commedia che, come abbiamo già detto, cambia gli scenari di sfondo ma ha una trama del tutto ricorrente.
